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A partire dal corpo

L’espressione del disagio

di Giampaolo Mazzara

 

Propongo di collocare la riflessione in una visione evolutiva e globale dell’individuo, al fine di favorire il superamento di un approccio orientato esclusivamente all’emergenza (fatti di cronaca, coinvolgimento personale, delinquenza) o al sintomo. Troppo spesso, infatti, ci troviamo a confrontarci con un’attenzione esclusivamente sintomatologica: ciò facilita l’innescarsi di una dinamica perversa per cui la cura centrata sul sintomo viene ad essere assimilata, dall’adolescente, come il modo – talvolta l’unico – per sentirsi curato e amato: con il conseguente inevitabile rinforzo ed organizzazione del sintomo.

La mia esperienza professionale mi ha fatto incontrare con molti adolescenti e, nella fase attuale, mi porta a lavorare con ragazze e ragazzi che vivono un disagio profondo che viene urlato o che sparisce nel buio di una stanza. La vita stessa viene urlata o viene spenta. Il disagio che via-via si fa malattia, prende forma, i sintomi si definiscono, coprono tutta la persona, la persona si confonde con il sintomo.

Famiglia, scuola, lavoro, coetanei, la strada, la piazza sono i contesti dove si manifesta il disagio. Spazi della rappresentazione dello star male, oltre che dell’incontro, della trasgressione, della protesta, del confronto, della scoperta. Noi portiamo l’attenzione sulla vita intera, sul Sé. E assumiamo l’adolescenza non come la fase dei problemi, ma, seguendo l’assunto teorico di J. L. Moreno, anche come processo di liberazione, sulla via dell’assunzione di ruoli connessi con l’autonomia psicologica.

Ognuno è costantemente in cambiamento, ma l’adolescente è in subbuglio. Sta organizzando gli elementi che lo faranno diventare un uomo e una donna, un adulto. Organizzare progressivamente le diverse componenti, interne ed esterne della personalità significa dare forma a quello che con Jung chiamiamo processo di individuazione. Un processo dinamico per sua natura basato sull’azione.

L’azione viene riconosciuta come spazio dove avviene la riorganizzazione e, così pure, come recupero della modalità primaria di conoscenza e di crescita che caratterizza l’essere umano. Essa, al tempo stesso, non va confusa con il sintomo, con l’acting out o con un’agire poco adattivo e sintomatico. Un’azione pregnante di significato che, come è stata alla base della vita e della crescita di ognuno, va valorizzata in ogni forma, anche quando è “azione malata”.

L’approccio teorico e metodologico cui faccio riferimento prevede che l’azione possa anche costituire strategia terapeutica. Nell’affrontare le situazioni di disagio, riscontriamo come venga frenata la spinta vitale, si tenda al ritiro, oppure si drammatizzi l’esistere, si urli, attraverso azioni esasperate e disperate, apparentemente prive di senso, certamente allarmanti, spesso angoscianti. L’adolescente di cui ci occupiamo è come se fosse impegnato in un gioco tra esserci e non esserci; egli vive un disagio esistenziale e lo manifesta attraverso varie modalità, alcune delle quali coinvolgono in maniera travolgente il corpo.

 

Prometeo senza fine di Giampaolo Mazzara

L’adolescente e il suo corpo

Quelli che ci vengono affidati per i sintomi e il disagio che esprimono vanno riconosciuti come adolescenti “veri”, caratterizzati dalle specificità proprie del periodo che vivono: in primis, la vita di gruppo e la centralità del corpo in cambiamento. L’adolescente non può più contare su un adeguato equilibrio corporeo, vive in pieno la precarietà derivata dalle modificazioni che egli subisce. Il suo corpo manifesta contrasti e contraddizioni: può essere esibito anche in modo provocatorio, oppure mortificato o, per lo meno, poco valorizzato. Possono essere molte e significative le variazioni riscontrabili anche nel periodo di durata del trattamento: ne notiamo moltissime ma esse non sembrano trovare spazio nelle annotazioni delle cartelle cliniche! Affrontare le tematiche inerenti alla corporeità dell’adolescente ci impone un’attenzione del tutto particolare: egli infatti si trova a dover rinunciare alla sua identità e al suo corpo di bambino. Un corpo che assume un’importanza enorme. Da una parte, la maturazione sessuale lo colloca nel mondo degli adulti: si è avviato un processo di graduale in­tegrazione e si rende necessaria la costruzione di un nuovo equilibrio che riguardi i bisogni, i desideri, le pulsioni, l’intero sistema relazionale, le istanze psi­chiche, gli oggetti interni e gli oggetti esterni. Il riequilibrarsi del rapporto fra questi ultimi contenuti del Sé, oggetti interni ed esterni, è tutto giocato sul rapporto tra il “dentro” e il “fuori” dell’adolescente. Il limite è costituito dalla pelle che può diventare il territorio erotizzato dell’incontro, oppure una pelle da “aprire” per tentare, disperatamente, di mettere in connessione ciò che è rappresentazione interna e ciò che altro da sé, ambiente e o persona che sia.

Da un’altra parte, le trasformazioni subite dal corpo sono il segnale di come l’adolescente sia coinvolto in un processo di cambiamento irreversibile, che lo costringe a rinun­ciare a una visione onnipotente di sé e ad affrontare l’angoscia di morte che deriva da tale rinuncia e dalla crescente consapevolezza dei limiti propri del vivere umano.

 

Il corpo dell’adolescente parla.

Come avviene nelle prime fasi di vita, non è facile tenere distinti mente e corpo, soggetto e oggetto, investimento narcisistico e investimento oggettuale. Ogni attività, ogni manifestazione, ogni vissuto corporeo è così carico di significati da costituire un vero lessico; il corpo dell’adolescente ci parla del suo processo evolutivo, delle difficoltà, degli ostacoli, delle scoperte, dei legami tra le sue azioni e le difese intrapsi­chiche. La conoscenza dell’altro e del mondo passa per la conoscenza (e la riappropriazione) del corpo. Di Benedetto (1997) ci ricorda: “I fenomeni corporei ‑ nell’ampio spettro che va dalla sensazione al sintomo e/o all’azione ‑ sono spesso assai più densi di significato di quel che non possa apparire, ed il terapeuta analitico è confrontato con la difficoltà di co­gliere il versante simbolizzante anche di eventi corporei ed agiti prevalentemente evacuativi”. Come afferma Hillman (1975),”in ogni atto concreto ci sono significati che vanno oltre la letteralità dell’azione; non è l’astrazione che determina il significato. L’assenza di simboli e di metafore non dipende dall’uso del corpo, ma dal non tenere conto che la carne concreta è una splendida cittadella di metafore”. Per l’adolescente, il sentimento di avere una struttura e la percezione dei suoi limiti sono istanze non ben definite, oscillanti. E’ obbligato a dare un profilo a ciò che non ce l’ha, a trovare uno spazio a ciò che è sfuggente, per rendere possibile il processo che porta alla configurazione di una forma e di un ritmo, anzitutto corporei. L’agire è l’espressione di questo bisogno di definizione e di identità, e solo gradualmente, come dice Ladame (91), “potrà essere sostituito, attraverso una funzione di nominazione e di specchio fornita dall’ambiente, dalla riflessione e dalla messa a fuoco interna”. La conclusione dell’adolescenza vedrà come “prodotto finito” un soggetto che ha scoperto la possibilità di vedersi, raccontarsi, rappresentarsi. Di percepirsi collocato nella tridimensionalità spazio-temporale e di essere consapevole dei processi di cui è protagonista.

Quale corpo?

Per cogliere in modo adeguato le possibilità di intervento, non possiamo evitare di tracciare una visione, per quanto sintetica, delle diverse istanze corporee che entrano in gioco nelle dinamiche di cui ci stiamo occupando. La corporeità definisce la qualità della relazione fin dal momento del primo incontro.

Per il suo aspetto, i suoi significati e i messaggi che esprime arriva a coincidere con l’identità stessa della persona. Come ci suggerisce Kohut, “la relazione fra sé e gli altri costituisce l’essenza della vita psicologica della persona dalla nascita, durante tutto il corso della vita”. Poiché il corpo dei pazienti che incontriamo può essere assunto come compendio e metafora di quanto essi vivono, sarà fondamentale non prendersi cura del corpo solo quando esprime sintomi o necessità, né considerarlo solo come oggetto da interpretare, ossia, come esclusiva proiezione in superficie di aspetti profondi.

Riconoscendo il fatto che non esiste un corpo stabile e definito una volta per sempre e che, in particolare, nella fase adolescenziale va inquadrato all’interno della dinamica dello sviluppo, mi pare importante conoscere i significati e le esperienze del corpo che mi limito a elencare, consapevole che ciascuno di essi poterebbe essere oggetto di una trattazione articolata:

  • le sue modalità espressive;
  • la comunicazione interpersonale
  • la molteplicità dei linguaggi;
  • le terapie a mediazione corporea;
  • le strategie pedagogiche e riabilitative;
  • la cultura, gli stili e i modelli.

“Il mio corpo sono io di fronte al mondo” ci ricorda Merleau-Ponty, invitandoci a considerare il corpo nella sua globalità e nelle sue varie accezioni di corpo che illustrerò in modo succinto.

Il corpo organico. E’ il corpo oggetto, l’insieme di organi e di apparati che per­mettono la vita fisiologica dell’individuo. Un’entità fisica inter­prete di un divenire incessante che oltre a modificarne l’aspetto lo vede passare da una dimensione in cui è “agito” dall’azione di altri (neonato), a quella in cui il corpo assume ruoli di agente e di trasformatore. Intorno ad esso si sviluppa l’identità.

Il corpo vissuto. E’ il corpo divenuto soggetto, espressione del Sé nella sua globalità, dei pensieri, dei desideri, delle intenzioni che una persona produce nella relazione con l’ambiente fisico ed umano di cui è parte.

Immagine del corpo. Con tale termine possiamo definire sia l’immagine figurativa del corpo che la sua rappresentazione modificata dall’agire. Essa si realizza grazie all’incontro del corpo organico e del corpo vissuto: di tale incontro è luogo e risultato. L’immagine del corpo è la rappresentazione dinamica delle relazioni, dei legami, del riconoscimento del “mio corpo” in relazione con me stesso, con gli altri, con la realtà sia circostante che trascendente.

Il corpo totalità. Possiamo parlare di totalità come caratteristica peculiare del corpo sia in senso fisico che psicologico. Il corpo funziona e si esprime come totalità: inizialmente diffusa e disseminata al punto che l’individuo si può confondere con l’altro. Ma, in un crescendo evolutivo, si passa per fasi successive dalla frantumazione vissuta alla scoperta della totalità e alla consapevolezza che le diverse parti rispondono a tale dimensione.

Il Sé corporeo. Consideriamo l’uomo nella sua unità mente-corpo e riconosciamo l’indissolubile legame fra corpo, affettività e attività mentale, come nucleo centrale dello sviluppo e della strutturazione della personalità dell’individuo. Il corpo percepito come l’abitacolo delle proprie sensazioni ed emozioni, situato nello spazio, esperito e vissuto nell’azione, conosciuto e simbolizzato nella relazione con l’altro da sé.

Interventi terapeutici e riabilitativi a mediazione corporea fanno sì che il corpo divenga il luogo dove far nascere o rina­scere sensazioni arcaiche dimenticate o non conosciute, dove vivere emozioni impresse nella memoria cinestesica, dove dar voce ai propri desideri e fantasie e scoprire tracce della propria storia personale, in una relazione attiva con l’altro. Ogni azione, ogni movimento si origina nel corpo, inizial­mente come pulsione e successivamente come desiderio e come intenzione ed è attraverso il linguaggio corporeo (le posture, i gesti, il tono, lo sguardo, la mimica) che l’essere umano percepisce, vive e si rapporta con la realtà, sia in termini oggettivi che emotivi e relazionali.

Winnicott definisce il Sè come l’esperienza o la autorappresentazione della propria persona: termini come “localizzazione del Sé nel proprio corpo” ed “integrazione del Sé” si riferiscono all’esperienza del soggetto, in rapporto alla propria vita vissuta ed alla propria interiorità. Il Sé è la persona intera con tutto il suo corpo, la sua strutturazione psichica e la rappresentazione di sè, cioè le rappresentazioni consce e inconsce del Sé corporeo e mentale nel sistema dell’Io (Hartman). Il sé corporeo può essere definito come la matrice psicosomatica da cui prende vita ed intenzione l’azione umana durante tutto il processo di crescita: dalla dipendenza all’autonomia. Il feto svolge un’intensa attività motoria manipolativa sulla parete dell’utero. Le azioni di contatto-distacco sono le prime esperienze che prefigurano l’acquisizione della funzione di contenimento corporeo. E’ l’esperienza prima dei confini del corpo: il Sé-pelle arcaico (Winnicott). Confini corporei che verranno consolidati dalla manipolazione materna sostenitrice e dal dialogo tonico arricchito da intense sensazioni emotive. Il Sé corporeo si origina, quindi, nel contatto fisico con la madre: l’esperienza della pelle consente questa prima conquista e, successivamente, permette la distinzione fra il “dentro” ed il “fuori” da sé. La pelle diviene lo spazio della relazione.

Da queste riflessioni si può partire per approfondire il significato degli attacchi al corpo che l’adolescente mette in atto con frequenza e intensità di grande rilievo.

Giampaolo Mazzara

Psicoterapeuta. Direttore dello STEP (Studio di Terapia Creativa e Psicodramma). Verona.