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Testo tratto dal sito: Guida Psicologi

” “Penso che mi mancherà tanto il mio bambino…”. “Vorrei che rimanesse piccolo per sempre” o ancora, “Non sta più volentieri con noi, si vuole isolare”, “Adesso mi vuole bene ma poi litigheremo sempre”. Quante volte vi è capitato di esprimervi in questi termini e quindi di pensare all’arrivo dell’adolescenza come alla comparsa di un essere malvagio che si approprierà del vostro bambino trasformando così la vostra relazione affettuosa in un conflitto perenne? In questo caso il sentimento di perdita prende il sopravvento. Come stanno le cose? L’adolescenza è ancora pensabile in questi termini? Queste paure trovano un riscontro nella clinica e nella ricerca in psicologia?

Le paure dei genitori risultano postdatate. La paura di perdere il figlio in termini di uscita dal nucleo familiare si scontra con il dato di realtà di questi ultimi anni che, come riportano i dati Istat, vede i figli rimanere in famiglia fino ai trent’anni e, dato più preoccupante, rimarca quanto la ricerca dell’autonomia non rientri più tra i primi loro obiettivi. La paura di perdere l’affetto si scontra con la “famiglia affettiva” di oggi: una famiglia nella quale i membri si sforzano di capire i punti di vista reciproci, di rispettarne esigenze e affetti guidati dall’obiettivo di creare e rafforzare i loro legami affettivi. Infine, la paura del conflitto si scontra con l’evidenza che tra i membri della famiglia affettiva di oggi, i conflitti siano sempre meno presenti.

Facciamo un passo indietro: perché è importante questa fase di sviluppo per i ragazzi? L’importanza di riuscire ad attraversare questo periodo di sviluppo per i ragazzi è correlata all’importanza del suo fine: l’acquisizione della propria identità. Lo sviluppo psichico, tra l’adolescenza e l’età adulta, “richiede” dunque ai ragazzi di riuscire a sentire di essere se stessi indipendentemente da tutto e da tutti, e di essere riconosciuti nella propria diversità e unicità anche dagli altri. Per raggiungere questa meta è indispensabile separarsi, fisicamente ed emotivamente, dai propri genitori e dall’infanzia, sia in termini di processi di pensiero, sia in termini d’immagine di Sé, che dovrà essere “rinnovata” attraverso l’integrazione del nuovo corpo, con tutti i cambiamenti che “subirà” in adolescenza. Nella famiglia affettiva di oggi i ragazzi riescono a intraprendere questo importante compito di sviluppo? Le esperienze della clinica e i risultati della ricerca in psicologia mostrano quanto per i ragazzi e per i genitori sia difficile separarsi e di conseguenza quanto sia difficile arrivare a individuarsi. Separazioni difficili e ritiri dolorosi “Ragazzi e adulti sembrano insensibili alle differenze che finora li avevano sempre caratterizzati. Tutti ugualmente impegnati a inseguire i propri desideri, a comunicarli e immortalarli sui social network. E così i genitori accompagnano i loro figli dalla nascita fin quasi alla soglia dei trent’anni, attraversando insieme le varie tappe della vita, ma rimanendo tutti invischiati in una sola e identica fase: l’adolescenza”.

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In queste “famiglie adolescenti” i figli sono iperprotetti e ricevono più attenzioni che mai: “il figlio assomiglia sempre più a un principe al quale la famiglia offre i suoi innumerevoli servizi”, così scrive Massimo Recalcati. In questo modo i genitori, mette in guardia Matteo Lancini, rischiano di creare nei figli degli ideali di realizzazione molto elevati, che possono quindi facilmente crollare, soprattutto nella delicata fase adolescenziale, generando delusioni che, oggi più che mai, gli adolescenti mostrano di non sapere tollerare. La loro scarsa tolleranza alla frustrazione può portarli a mettere in atto strategie potenzialmente rischiose per il loro sviluppo. Questo sembra il motivo per il quale il ritiro sociale oggi è ritenuto essere la forma di disagio più rappresentativa del periodo adolescenziale. In questo caso i ragazzi, soprattutto maschi, abbandonano la possibilità di trovare il loro posto nella società e reagiscono andandosi a nascondere per la vergogna che provano per se stessi e per il loro corpo, così centrale in questo periodo di sviluppo, che scaturisce in seguito alla constatazione di non essere abbastanza popolare tra i pari. Inizia così un periodo di autoreclusione tra le mura della propria stanza che, nella maggior parte dei casi, i ragazzi trascorrono immersi nella realtà virtuale della rete.

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Credo che sia importante ripartire da qui e quindi che la responsabilità più grande degli adulti sia quella di impegnarsi, ognuno con il suo ruolo, affinché venga ripristinato il valore della diversità che gli adulti devono trasmettere ai bambini facendoli sentire accettati e quindi amati per ciò che sono. Se questa sarà l’esperienza del bambino nella relazione con l’adulto, con buona probabilità, sarà la stessa esperienza che, una volta cresciuto, cercherà di ripetere anche nelle relazioni future, con la consapevolezza che il rifiuto da parte dell’altro rappresenta una fragilità dell’altro, non sua. Cosa può fare la generazione adulta Il primo passo in questa direzione è che l’adulto tenga sempre presente che il bambino che ha di fronte è una persona portatrice di risorse che meritano di essere considerate, rispettate e valorizzate. Dobbiamo impegnarci affinché i bambini non siano portati a pensare che ci sia un modo giusto e sbagliato di esistere [..] Se, mettono in guardia gli autori, percepisco che per i miei genitori c’è un modo giusto e sbagliato di esistere, il messaggio che molto probabilmente mi arriverà è che per essere accettato da loro devo essere come mi vogliono o come io immagino che mi vogliano. In questo modo chiediamo loro di rinunciare alla loro diversità e di conseguenza alla loro identità. Nel concreto è importante che nella relazione con i bambini riflettiamo sull’uso delle parole, ad esempio quando ci riferiamo a loro usando le categorie buono o cattivo dobbiamo essere consapevoli che queste rischiano di rimandare sempre a quelle del giusto e sbagliato. Non c’è bisogno di “etichettare” tutto quello che accade [..] Un’altra via è di constatare con loro quello che è successo senza per forza dover esprimere un giudizio che li possa identificare in una categoria giusta o sbagliata, ma piuttosto chiedendo a loro come si sono sentiti vivendo una o l’altra esperienza. Se chi abbiamo di fronte, invece, è un adolescente che non ha vissuto quest’esperienza di accettazione infantile, non significa che tutto sia perduto ma semplicemente che dovremo relazionarci a lui partendo dalla consapevolezza di ciò che è mancato e trovando il modo, adeguato all’età, di fargliela vivere. “

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