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di Martino Signoretto  – biblista

Possiamo dire che Gesù è stato un «adolescente ribelle»?
Dal vangelo secondo Luca (2,41-50) sappiamo di quando Gesù dodicenne è rimasto a Gerusalemme a insaputa dei genitori, mentre tornavano a Nazaret, tanto che hanno impiegato tre giorni per trovarlo. Al loro incontro i genitori erano preoccupati, Gesù invece diede una risposta dove ha ostentato molta sicurezza … tanto da sembrare un figlio ormai perso, un figlio che sa il fatto suo e sul quale i genitori «hanno perso» ogni loro potere.

Proviamo a leggere quell’episodio, versetto per versetto, avvertendo il lettore che è stato scelto un certo taglio, cioè sono state tralasciate una serie di questioni molto accademiche, rimanendo sul piano narrativo ed esistenziale.

I suoi genitori si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa.

Queste prime battute lasciano intendere che la famiglia di Gesù segue un costume religioso, tipico del proprio tempo. L’evangelista Luca riporta altri episodi in cui la famiglia di Nazaret compie dei riti giudaici secondo le norme di Mosè (Lc 2,21.39). Questo significa che all’interno di un contesto di abitudini, accade qualcosa di insospettabile:

Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero.

A dodici anni, Gesù è presentato in una dimensione nuova: prende un’iniziativa all’insaputa dei genitori.

Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.

Trovarsi spiazzati dopo un giorno di cammino, mette in moto i genitori: inizia una ricerca. Si deve tornare da dove si è partiti, Gerusalemme, dove si è svolto un rito. Si può già intuire una comprensibile ansia in questo spiazzamento dei genitori. Abituati ad avere un figlio che li segue, ora i genitori si trovano ad avere un figlio da cercare.

Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.

La scena è curiosa. Il fanciullo è tra persone sapienti: la prima cosa che fa è «ascoltare», la seconda è «fare domande», la terza è «stupire» con le sue risposte. Poche righe possono lasciar intendere che dietro questo episodio si nasconde un rito ebraico che si chiama bar-mitzwa, che significa «figlio del precetto». Con questo rito il fanciullo è chiamato a passare all’età adulta, è reso capace di leggere la torah (la «legge») e di conseguenza di rispondere delle proprie azioni. È un momento in cui il padre lascia il figlio, nel senso che non è più responsabile delle eventuali trasgressioni del figlio. Da qui in poi Gesù potrà leggere la torah in sinagoga, partecipare ai dibattiti. Dall’episodio pare che si sia messo subito all’opera …

Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo».

I genitori non nascondono i loro sentimenti ed è curioso che sia la mamma a prendere la parola e non il padre. Per altre due volte ritorna il verbo «cercare». Questo figlio è sfuggito e per un genitore non è facile vivere questo momento. Però i genitori sono onesti: il loro può essere un rimprovero ma nello stesso tempo è una domanda. Non giudicano, nemmeno indagano su cosa è successo al figlio in quei tre giorni, esprimono la loro preoccupazione e si rivolgono al figlio con il loro desiderio di ascoltarlo. Gesù è interpellato e cosa fa? Risponde con queste parole:

Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?».

La risposta sorprende: innanzitutto è una domanda, proprio come aveva appena fatto con i dottori della legge. La domanda può aiutare i genitori a collocarsi, a ricomprendere la loro nuova posizione: sono genitori chiamati più a cercare che a farsi seguire. Il tempo in cui avere un figlio che ti segue è finito. Ciò è coerente con il rito del bar-mitzwa, perché comportava che il figlio fosse in grado di rispondere delle proprie azioni, e il figlio Gesù lo sta facendo. È diventato adulto.

Il rito svincolava dal padre: Gesù parla di un nuovo padre, il Padre celeste. Si tratta di Dio. Leggendo i vangeli si nota come l’intimità di Gesù è abitata da questa relazione con Dio, che vive in modo del tutto speciale. I genitori si trovano con un figlio in grado di avere una propria intimità, presso la quale non possono entrare e uscire a piacere. Spetterà al figlio abbassare il ponte levatoio del proprio castello interiore.

Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.

Come in ogni normale famiglia, è difficile capirsi tra generazioni diverse. I genitori si scoprono in un nuova situazione: «non comprendere». Il figlio è proprio da cercare e chiede un nuovo atteggiamento di rispetto nei confronti del suo mondo intimo, dei suoi pensieri. I genitori si accorgono in concreto che l’iniziazione, il rito, ha avuto il suo vero effetto: il figlio è diventato adulto, ha preso la sua iniziativa e li ha spiazzati. Di fronte alle sorprese del figlio cosa fare? È giusto cercare di comprendere tutto? O è meglio fare un passo indietro e lasciare che il figlio prende una sua strada? Anche scegliere di non capire subito può essere un atto di maturità.

Didascalia foto
A Nazaret è stata trovata una casa con vicino una tomba del primo secolo, chiamata la «tomba del giusto», dove è presente sia lo strato bizantino che crociato. Qualche studioso pensa che possa essere la casa dove Gesù ha trascorso la sua giovinezza.

Scese dunque con loro e venne a Nazaret e stava loro sottomesso.

Ed ecco l’iniziativa del figlio Gesù, descritta con tre verbi interessanti, perché hanno sempre Gesù come soggetto.

A. Scese con loro: il figlio è adulto e quando si diventa grandi i genitori possono essere riscelti, accolti.

B. Venne a Nazaret: Gesù accetta di essere casa dei suoi, anche i genitori sono chiamati ad accogliere un figlio che sceglie di stare a casa non avvertendola come la casa della propria vita.

C. Stava loro sottomesso: esistono le «regole di casa» che possono essere negoziate ma solo fino a un certo punto, perché il figlio sa che non è casa sua.

Mettersi in ricerca del figlio, nella sua nuova configurazione di «figlio ribelle», non significa averlo perso. Quei genitori non sono privi di sorprese … anche belle; l’episodio infatti conclude con queste parole:

Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.