image_pdfimage_print
Testo tratto dal sito: Guida Psicologi

 

“  [..] Il disturbo borderline di personalità si manifesta attraverso umore e relazioni instabili, cambiamenti emozionali improvvisi, impulsività, pensieri confusi, incapacità di concentrarsi, di rimanere presenti all’interno di una conversazione, di mantenere il filo di sé, sintomi che frazionano l’anima e possono  portare a tentativi di suicidio o di autolesionismo. Nel tentativo di ridurre l’esperienza intensa e caotica delle emozioni, il ricorso alle droghe, all’alcool o alle abbuffate di cibo, diviene la soluzione, che in realtà non porta vero sollievo, quanto ulteriori e inquietanti sensazioni di vuoto e di annichilimento. La difficoltà nel mantenere un equilibrio interiore non permette di vivere in maniera sana le relazioni sociali. Inevitabilmente, anche la vita professionale è compromessa. Spesso, la presenza di altre patologie, come la depressione, rende la realtà quotidiana ancor più faticosa da affrontare.

L’ambiente interpersonale entro cui il paziente border ha sviluppato la conoscenza di sé e degli altri sembrerebbe averlo indotto a destituire di significato e di valore le emozioni che percepisce in sé e che osserva negli altri. Una certa disorganizzazione dell’attaccamento, nonché un deficit nelle funzioni metacognitive e di auto-regolazione delle emozioni provocherebbe rappresentazioni opposte e non integrate di sé-con-l’altro. Nelle relazioni con gli altri, il paziente borderline è estremamente emotivo e passa improvvisamente dall’idealizzazione dell’altra persona alla reazione opposta, in una concezione manichea fra bene e male.

Per porre la diagnosi di Disturbo Borderline di Personalità secondo il DSM-IV (American Psychiatric Association, 1994) devono essere presenti, simultaneamente, almeno cinque tra i seguenti criteri diagnostici: forte sentimento di instabilità e incertezza circa la propria identità, paura cronica di essere abbandonati, drammatica instabilità nelle relazioni affettive, marcata reattività dell’umore (rapide oscillazioni del tono emotivo fra depressione, euforia, irritabilità e ansia), frequenti esperienze di collera immotivata, cronici sentimenti di vuoto interiore, transitori ma ricorrenti sintomi dissociativi (depersonalizzazione, amnesie lacunari, stati oniroidi di coscienza) oppure di ideazione paranoide, comportamenti auto-lesivi impulsivi e incontrollabili (abbuffate compulsive, promiscuità sessuale senza attenzione a rischi di infezioni o di gravidanze indesiderate, cleptomania, abusi di alcool e droghe, ferite auto-procurate), minacce o tentativi ricorrenti di suicidio.

Approfondendo la tematica, la teoria psicoanalitica evidenzia la presenza di un conflitto fra pulsioni libidiche ed aggressive insorto nei primi due anni di vita e affrontato attraverso un meccanismo di difesa primitivo, la ‘scissione’, che impedisce di confrontare nella coscienza le rappresentazioni positive e negative di sé e delle altre persone.

Altre teorie psicoanalitiche sostengono, invece, che il disturbo sia dovuto ad un deficit nella rappresentazione interna della persona che fornisce cura (in generale la madre), causato da gravi incapacità della stessa a sintonizzarsi con i bisogni di accudimento, sostegno, protezione del bambino. A causa del deficit, la persona non riesce a richiamare alla mente, nei momenti di stress emotivo, immagini pacificanti, rendendosi estremamente vulnerabile alle esperienze di paura, vergogna, solitudine e abbandono. Infine, altre teorie psicoanalitiche evidenziano un deficit nelle capacità di distinguere apparenza e realtà.

Le teorie cognitive sottolineano, piuttosto, la presenza di credenze debilitanti:  la convinzione che il mondo sia pericoloso e malevolo, da cui derivano paure, fobie, collera immotivata e intensa; la convinzione di essere fragile e vulnerabile, a cui di deve sia l’incapacità di impegnarsi in progetti coerenti di vita, sia l’intensa reazione emotiva di fronte all’abbandono; la convinzione di essere inaccettabile e quindi destinato inevitabilmente all’allontanamento, da cui discendono emozioni di vuoto e comportamenti autolesivi.

[..]

Riassumendo, è possibile affermare che concorrano fattori biologici (legati all’aspetto ereditario del temperamento o a specifiche disfunzioni neuropsicologiche), fattori psicologici (legati ad esperienze traumatiche o a stili abnormi di accudimento e comunicazione all’interno della famiglia) e fattori sociali (legati all’anomia, cioè alla disgregazione dei valori tradizionali, tipica delle società occidentali contemporanee).  La psicoterapia può essere fondamentale nella riduzione dei sintomi. L’utilizzo degli psicofarmaci, prescritti da uno specialista, può aiutare a mantenere sotto controllo l’instabilità e l’impulsività sopra descritte. La psicoterapia mira sia ad aumentare le capacità metacognitive, sia ad integrare le rappresentazioni scisse di sé. Chiedere aiuto rimane il primo necessario passo da compiere.  “

Per l’articolo completo clicca: Guida Psicologi