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di Lucia Marchesini

 

L’attesa di una lettera, la possibilità di sentire una voce anche se per soli 10 minuti al telefono, la speranza di ricevere una visita, il sogno di tornare a casa. Questo significa essere padre dietro le sbarre: vivere ogni giorno in funzione di tutto ciò che permette di mantenere e spesso, ricostruire, un contatto con i propri affetti, in un luogo dove lo spazio per le relazioni è ridotto agli 11 mq della propria cella e alle 4 ore d’aria al giorno, quando sono permesse.

Parliamo di detenuti, quindi di uomini che hanno commesso un reato, e di misure restrittive della libertà personale che coinvolgono anche la vita dei loro figli, costretti a confrontarsi con l’assenza della figura paterna talvolta fin dai primi anni di vita o in adolescenza.

Le conseguenze di separazioni impreviste e inspiegabili per la mente immatura ed estremamente sensibile di un bambino o in fasi critiche dello sviluppo, sono documentate da molti studi e ricerche. In assenza di risorse personali e ambientali che limitino i danni di una perdita, la sofferenza lascia dei segni indelebili nella psiche di un bambino ancora indifeso.

Per questo da alcuni anni, assieme ad altri colleghi, ho deciso di impegnarmi nella progettazione e realizzazione di interventi a favore della genitorialità in carcere, tramite l’associazione di volontariato “La Fraternità” (www.lafraternita.it) che dal 1968 porta avanti azioni volte a tutelare i diritti delle persone private della libertà personale, in particolare nell’ambito dell’affettività. L’idea del progetto “Padri dentro” nasce nel 2012 dall’esigenza di arricchire le iniziative già portate avanti dall’associazione, rivolte al mantenimento e al rinforzo dei legami familiari in seguito alla detenzione, attraverso il sostegno alla funzione paterna e la facilitazione della relazione tra padri e figli.

Nel primo anno di progetto sono stati realizzati dei gruppi di parola per detenuti allo scopo di creare uno spazio per poter pensare ai propri figli e per potersi pensare come padri. Questo racchiude il senso di ogni progetto all’interno di un carcere, dove l’attesa, il distacco dal mondo esterno, la mancanza di occupazioni, favoriscono la possibilità di sostituire il pensiero all’azione, ma un pensiero, il più delle volte, carico di tensioni, paure, ideazioni persecutorie o paranoidi, un pensiero, quindi, che può essere pericoloso. Attraverso la conduzione di laboratori, attività culturali come la scuola stessa o gruppi di parola si cerca di facilitare un pensiero costruttivo e funzionale al percorso rieducativo previsto dalla legge durante l’esecuzione della pena. Pensare ai propri figli vuol dire pensare ai loro bisogni, favorendo l’assunzione di un ruolo paterno, messo in discussione, non solo dalla reclusione, ma, ancora prima, dalle scelte di vita devianti. Il gruppo per i papà offre, dunque, la possibilità di orientare il proprio pensiero verso i propri figli, mantenendo un legame con loro nella mente. Là dove le preoccupazioni, il senso di colpa e di inadeguatezza possono ispessire il muro che divide dall’esterno, lo spazio del gruppo permette invece di creare un ponte. Inoltre parlare dei propri affetti in carcere è estremamente difficile, significa esporsi, rendersi fragili agli occhi degli altri, significa condividere l’unica cosa che forse è rimasta una proprietà personale, gli affetti. Infine, significa guardarsi dentro rispecchiandosi negli occhi dei compagni di cella, e riconoscere i propri errori e le proprie mancanze come genitori. Nel “contenitore gruppo” attraverso lo scambio con l’altro, simile e nello stesso tempo diverso da sé, ognuno può trovare un sostegno ma anche un parametro di confronto.

Nel secondo anno di progetto ai gruppi di parola si è aggiunta la nostra partecipazione ai “sabati delle famiglie”, colloqui straordinari tra genitori e figli (fino ai 12 anni di età), previsti dal regolamento di istituto a cadenza mensile.

Grazie alla collaborazione tra l’associazione “Essere Clown Verona Onlus” e l’associazione “La Fraternità” è stato possibile osservare gli incontri tra genitori e figli da una duplice prospettiva: quella del clown che entra con l’obiettivo di alleggerire l’impatto con la struttura carceraria attraverso il gioco e quella dello psicologo che si propone di sostenere il detenuto genitore e di trovare le modalità più idonee al contesto per favorire la relazione con il figlio.

E’ stato proprio qui, credo, in questo contesto restrittivo e ludico ad un tempo che il paradosso della relazione genitori detenuti e figli si è reso ancora più evidente ai nostri occhi: per quanto un padre possa aver sbagliato niente e nessuno potrà mai sostituirlo. Difficile, infatti, all’interno dell’area verde, costruita apposta per permettere alle famiglie di condividere alcune ore in uno spazio aperto, notare la differenza tra queste famiglie e quelle fuori da un carcere. Abbracci, baci, scherzi, giochi animano le mattine dei sabati delle famiglie rendendo, per poco, quel luogo tetro e soffocante quasi un’oasi felice nel deserto affettivo che caratterizza la vita detentiva. L’unica e drammatica differenza tra dentro e fuori, il momento del saluto, quando una madre soffoca il pianto perché deve portare via il figlio al padre, perché sa che dovrà ricominciare la settimana senza di lui, perché sente di lasciarlo solo. Ma sono le manine dei più piccoli che si protendono verso il papà con il terrore di perderlo per sempre che ci fanno capire quanto importante sia il nostro lavoro. Cercare di capire come proteggere questi bambini e le loro madri dal dolore e dal disagio causati dalla detenzione del familiare e come favorire l’assunzione di un ruolo paterno nonostante le sbarre, rimangono gli obiettivi principali dell’intervento sulla genitorialità. Sfida sicuramente non facile da superare in un ambiente come quello carcerario fatto di limiti e restrizioni e in una società che poco si interessa di ciò che non la riguarda direttamente.

Portare avanti un progetto sulla genitorialità in carcere significa rendersi conto, giorno dopo giorno, dell’enorme necessità di uno sguardo più attento e interventi più efficaci a favore dei familiari dei detenuti, scontrandosi nello stesso tempo, con importanti difficoltà istituzionali, ideologiche, organizzative, che rendono sempre più difficile vincere questa scommessa.

Solo grazie al sostegno della direzione e del personale del carcere che ha creduto in questa iniziativa, della Fondazione Cattolica che ha contribuito a una parte del finanziamento, dei volontari dell’associazione la Fraternità che hanno partecipato con interesse alle diverse attività, dei volontari dell’associazione Essere Clown Verona Onlus, che hanno collaborato con entusiasmo alla realizzazione del secondo anno, è stato possibile veder crescere questo progetto e acquistare forza e valore.

Con l’inizio del nuovo anno l’augurio è che questa forza e questo valore permangano grazie anche ad una opinione sempre più diffusa e condivisa che in una comunità i bisogni e i disagi espressi da alcuni sono in realtà i bisogni e i disagi della comunità a cui essi appartengono.

 

Per una lettura più dettagliata del progetto è possibile consultare il sito: http://www.lafraternita.it/2014/02/quando-torni-papa/

 

Dott.ssa Lucia Marchesini

psicologa psicoterapeuta