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di Carlo Tregnaghi

 

A volte mi dico che i gran discorsi che tra educatori si fanno sugli adolescenti rendono poco onore all’onestà della relazione che si coltiva coi diretti interessati.
È un paradosso, questo, in cui si precipita molte volte quando si è in bilico tra vita e libri, tra statistiche ed esperienza personale, tra macro e micro. Insomma, un po’ come quella frase di Jovanotti che recita la storia ci insegna che non c’è fine all’orrore, la vita ci insegna che conta solo l’amore. Ci ha visto dentro, il menestrello, niente da dire. Perché alle volte, più di qualche volta, è proprio così. Perchè, diciamocelo, è una seduzione alla quale non sappiamo resistere, quella di porci un gradino più in alto per stilare trend, classifiche, per dire bene e male, giusto o sbagliato.
E se i politici si attaccano alle statistiche come gli ubriachi ai lampioni – per citare l’irriverenza di Andrew Lang – gli educatori (o gli scrittori) si rifugiano nella programmazione come gli struzzi nella sabbia, quando il brivido della vita sulla pelle suona estraneo, mentre il bianco-nero di un libro comunica sicurezza.
Mi chiedo allora come posso prestar più fede alle statistiche che alla spontaneità dei miei adolescenti; al sorriso solare di Chiara, alle incertezze di Luca; agli occhi a cuoricino di Elisa che ogni settimana c’è sempre un lui diverso, rigorosamente con occhi azzurri e fare principesco: – “mi sono innamorata!”, (ma lui lo sa?); alle confidenze dette sottovoce, agli abbracci spontanei, ai disegni che mi fanno sulle mani e “non lavarti perché sennò vuol dire che non mi vuoi più bene”. Gli adolescenti sono così. Però conquistano. E a volte siamo proprio noi “grandi” – quelli che insegnano a diventare adulti! – che crescendo smarriamo qualcosa lungo il cammino; e se non stiamo attenti – se non seguiamo i sassi bianchi che gli adolescenti come Pollicino lasciano dietro di loro – la strada per tornare a casa non la ritroviamo più. Ricordo che un giorno parlando col mio professore di filosofia del liceo – quando ormai ero prossimo alla maturità e quindi era lecito scioglierci un poco in confidenze, che tanto ormai alea iacta est – mi disse lui: per scrivere bene bisogna leggere molto e vivere molto. Penso che in questa semplice frase ci siano due ingredienti validi non solo per gli scrittori in erba, ma anche per gli educatori.
Vorrei infatti pensare all’istruzione come a un’arma a doppio taglio che funziona come una specie di bilancia. Se si aumenta il peso di uno dei due bracci l’altro cala e viceversa. E come in ogni bilancia che si rispetti il gioco è far star su entrambi i gravi, cosicchè il peso si annulli reciprocamente. Si pongono quindi due pesi per creare assenza di peso. Ora, direte voi, come si spiega questo paragone? Potremmo dire che i due rami della bilancia rappresentano le fasi della vita: ammettiamone per semplicità due, adolescenza e età adulta. Sul primo ramo sta un peso che chiameremo istruzione. Sul secondo sta un peso che chiameremo vita. La bilancia invece rappresenta l’educazione, e l’assenza di peso è il suo fine. Nella prima fase, se tutto va bene, c’è una sovrabbondanza del secondo peso; la vita, diremo stando alla metafora, è sovrabbondante, non manca. Anzi, sgorga copiosa. E qui, per citare un celebre precedente mitologico, potremmo andare a scomodare il mito della biga alata di Platone, là dove compito del cocchiere è tenere a bada uno dei due cavalli per far stare il cocchio sulla carrabile celeste e non socombere agli istinti ratti e impetuosi dell’animo umano.
Lo stesso si farà allora con la nostra bilancia. Solo che qui sarà l’istruzione ad ammorbidire e a indirizzare l’impeto della giovinezza. Al contrario, l’età adulta è caratterizzata da un predominio dell’istruzione a discapito della vita; e, in questo caso, compito di un eventuale maestro sarebbe ricordare all’allievo troppo diligente che non di soli libri vive l’uomo. Ebbene: so di sbilanciarmi parecchio con questa storiella, ma credo che la metafora abbia un ché di veritiero.
Come dicevo prima (mi riferisco alla frase di Jovanotti) stavolta ho fatto vincere l’amore e non la storia, pensando che sono più le volte che io imparo dai ragazzi che non viceversa. E credo che chiunque mettendo da parte orgoglio e amor proprio possa dire lo stesso.
Il fatto è che la relazione è un qualcosa di irriducibile a schemi, programmi, e via dicendo. Del resto diciamocelo: seguire la ricetta del primo braccio è relativamente facile, nonché rassicurante: “matematica, due volte al giorno, dopo i pasti; letteratura, al bisogno, prima di coricarsi; greco, ad aeternum!”. Insomma, una bella rottura, ma ce la si può fare. La parte spigolosa arriva dopo, quando si smarrisce quel senso che prima fluiva spontaneo. Per dirla con Vasco finché eravamo giovani era tutta un’altra cosa, forse eravamo stupidi, ma adesso siamo cosa? E a questo si aggiunge l’aggravante che gli adulti – proprio per il fatto di essere adulti – sono meno bravi ad ascoltare dei ragazzi. Si sentono già un po’ arrivati, sono più esenti dai rimproveri, e il dover pensare “a cose da grandi” funziona il più delle volte come un riparo sicuro per mettersi al coperto da certe turbolenze. Ora, al di là del fatto che con questo intervento era doveroso pareggiare la partita con il mondo degli adolescenti – altrimenti mi dicono che li critico e basta! -, è giusto precisare che ciò che ho scritto deriva da esperienze personali a cui peraltro mi fa piacere poter dar voce. Se vedo giovani educatori che nonostante i loro pochi anni restano invischiati in pose da “maestrina” è bello avere l’opportunità di condividerlo per poter riflettere e capire cosa effettivamente manca nel percorso di crescita e nella sensibilità di chi educa; e questo al di là delle nozioni, che, come ho voluto forzatamente rimarcare, spesso più che elevarci ci soffocano.
Solo un’ultima cosa allora mi preme, prima di chiudere definitivamente i battenti. Tornando alla metafora della bilancia volevo  ricordarne il fine, ovvero l’assenza di peso. La leggerezza. Qui potremmo davvero sovrabbondare con le citazioni, ma, fedeli alle premesse, sorvoliamo. Mi piace solo riflettere sul fatto che in età adulta – perché in adolescenza si dovrebbe essere sempre leggeri – servono due pesi per non sentire peso. Che è come dire: non siamo più ragazzi ma torniamo ragazzi con un ingrediente in più, che è la consapevolezza. Ovviamente questa volta abbiamo preso le nostre precauzioni per non aver troppo dell’una o troppo dell’altra, e ci piace pensare che questo equilibrio, che in molti si affannano e si affannarono ad inseguire, noi adesso sì, noi l’abbiamo capito, l’abbiamo fatto nostro. Ma anche stavolta ci sbagliamo, non è così. Abbiamo capito ancora poco, dobbiamo ripassare la lezione. O forse in questo caso non c’è lezione che tenga, non serve capire. Perchè, come diceva Franco Volpi, sbagliano quelli che pensano che la vita si spieghi con la filosofia. Per quanti sforzi il pensiero faccia, il risultato è sempre lo stesso: la filosofia arranca dietro la vita che se la ride.