image_pdfimage_print

di Giampaolo Mazzara

 

Non soltanto in ambiente psichiatrico ma anche sulla stampa e sui media in genere, negli ultimi anni si è sentito sempre più frequentemente parlare di “attacchi al corpo” o di “maltrattamenti del corpo”.

E’ inevitabile che il trattare di adolescenti e di giovani ci porti anche a doverci confrontare con fenomeni di rilievo clinico quali le automutilazioni, le turbe dell’alimentazione (anoressia, bulimia, bizzarrie alimentari), le pratiche sportive “estreme”, le attività sessuali a rischio, la guida spericolata e sprezzante del rischio.

Questi comportamenti appena ricordati si possono evidenziare come singoli momenti critici ma li possiamo riscontrare anche simultaneamente o vederli alternarsi o sostituirsi uno all’altro nel tempo.

Nell’intento sia di fronteggiarli in un’ottica preventiva che di curarne le conseguenze, dobbiamo prendere atto di come nella fase adolescenziale s’intreccino condotte psicopatologiche con fenomeni culturali, con mode e modelli.

Secondo Ladame, i parametri dei quali tenere conto per affermare che non si tratta di semplici manifestazioni su base culturale sono: la dipendenza, l’assenza di possibilità di scelta, la perdita del controllo sulle proprie azioni.

Dal canto suo, Favazza (‘96) tenta di dare una definizione dell’automutilazione, formulandola in tal modo: “distruzione o alterazione del corpo, fatta in maniera deliberata, senza avere coscienza di un’intenzione suicidarla”; e ipotizza pure una classificazione: maggiore (occhio, genitali), stereotipica (testa contro il muro, disturbi mentali organici), moderata.

In ogni caso, si deve riconoscere come alla base di questi comportamenti ci sia il fallimento della costruzione dell’identità. Una condizione che può risultare momentanea, quindi, passeggera o, al contrario, permanente.

Soltanto la valutazione del processo dell’adolescenza nella sua interezza e complessità può mettere in grado di realizzare un corretto inquadramento psicopatologico.

La transizione in atto è caratterizzata  dalla fragilità dell’Io e conseguentemente ne sono influenzati sia i comportamenti che gli atteggiamenti, e così pure la relazione con gli oggetti e con l’ambiente.

Ogni adolescente vive una lunga fase in cui è impegnato su più fronti: la conoscenza del proprio corpo, del nuovo modo di pensare, delle pulsioni fino a poco prima sconosciute.

Gli obiettivi da raggiungere si ridefiniscono con l’evolvere della personalità e delle condizioni esterne: sostanzialmente consistono in una accresciuta conoscenza degli elementi in cambiamento, nella loro accettazione e nell’integrazione il più possibile armonica.

Ciò progressivamente dovrebbe portare a una consapevolezza nuova e all’essere in grado non tanto di fronteggiare le emergenze, quanto di utilizzare adeguatamente conoscenze e competenze.

Dobbiamo riconoscere come il più delle volte tutto ciò avvenga in un clima di insicurezza e di ansia, originate dal distacco dai legami infantili e dagli oggetti d’amore fino a quel momento vissuti come stabili, dalla perdita dell’onnipotenza infantile della quale è necessario fare il lutto.

Sono svariate le forme con cui viene messo in atto un attacco al corpo.

Se le vere e proprie automutilazioni si riscontrano soltanto in psicopatologie gravi (negli psicotici, un occhio, i genitali), troppo diffusi sono i comportamenti auto-aggressivi, le ferite auto-inflitte, il tagliarsi; e così pure, le bruciature volontarie, la scarificazione (incisione della pelle o della mucosa con strumenti taglienti e introduzione di sostanze che ritardano la cicatrizzazione e aumentano il volume della cicatrice. Tecnica utilizzata in popolazioni primitive per tatuaggi, ornamento, iniziazione), parasuicidi.

Tutti i fenomeni ricordati sopra vanno inquadrati e diagnosticati in categorie diverse da quella del suicidio. Nonostante ciò, non ci si può nascondere come essi possano indicare la presenza di un rischio di suicidio.

In ambito clinico si prendono in considerazione spesso le ”idee di suicidio”. Al di là dell’importanza che ad esse si attribuisce, riconosciamo con Ey che “queste idee sono l’espressione di un turbamento istintivo-affettivo molto profondo dove si mescolano l’angoscia e il delirio”.

Quando si dice “E’ un agito!” si utilizza un’espressione propria della cultura psicoanalitica e ci si riferisce “a tutto ciò che esce da quanto è previsto dal setting o, per estensione, che non è congruo con il contesto e le aspettative sociali”.

Non può certo essere un’espressione dal valore definitorio, che tenda a liquidare il problema, relegandolo nell’ambito dello sconveniente da reprimere o contenere, oppure all’interno di un quadro diagnostico e magari prescrivendo dei farmaci adeguati.

Ciò che chiamiamo “agito” va assunto anche come una comunicazione che ci impone di ascoltare e di capire. Che ci invita a dare valore al presente e al passato dal quale emerge.

Ci dobbiamo chiedere quali siano i motivi che portano l’adolescente a mettere in atto tali comportamenti.

E’ facile ritenere come la risposta sia complessa e molto articolata: al di là di schemi rigidi e di semplificazioni, è possibile affermare che i significati che essi possono assumere vanno ricercati tra i seguenti:

  • Segnalare, denunciare il disagio vissuto;
  • Attirare l’attenzione ed attivare l’ambiente;
  • Prendersi cura di sé (Menningher, fin dal lontano 1938);
  • Contrastare un intollerabile senso di frustrazione;
  • Aspettarsi qualche risultato illusorio (calma);
  • Realizzazione di una catarsi, con liberazione di energia repressa.

Spesso si riscontra l’impossibilità di sopportare la sofferenza che viene localizzata, vista, sentita e non più avvertita come diffusa in tutto se stessi, oppure nella testa, al di fuori di qualsiasi possibilità di controllo e di contenimento.

Secondo qualche autore, tali comportamenti andrebbero considerati come dei procedimenti auto-calmanti oppure come espressioni di autoerotismo.

Prescindendo dalla lettura che sia possibile darne, ogni azione contro il proprio corpo è un richiamo forte, e sarebbe davvero grave far cadere nel vuoto la richiesta di aiuto che esso esprime! Facendo bene attenzione, però, a non farsi intrappolare dalla spinta a rispondere solo all’emergenza imposta dall’atto sintomatico!

I genitori e gli educatori hanno un ruolo fondamentale nel cercare di porsi in atteggiamento di ascolto, evitando allarmismi fuori luogo e atteggiamenti investigativi.

L’ascolto vero è parte essenziale di una relazione basata sull’accoglienza piena dell’altro, anche quando i suoi modi di fare e di essere ci appaiono strani o distorti.

Astenersi dal giudizio e sviluppare la comprensione non significa banalizzare o assecondare anche il comportamento avvertito come rischioso. Bensì creare il presupposto per cui si sviluppi un clima di fiducia, condizione essenziale per far emergere il disagio e far entrare in campo, qualora si rendano necessari, strumenti adeguati come possono essere servizi dedicati all’adolescente o un supporto psicologico specialistico.

 

Giampaolo Mazzara -  Psicoterapeuta. Direttore dello STEP (Studio di Terapia Creativa e Psicodramma). Verona.