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di Prof.ssa Maria Grazia Roccato

Disconnect – di Henry Alex Rubin, USA 2012

Tre storie si sfiorano e s’intersecano, nella periferia di New York, a illustrare i pericoli che si possono incontrare nelle chat, nei siti di incontri, nei social network.

Kyle, un ragazzo che si presta a esibirsi in un sito porno, viene contattato per mezzo di una video chat e intervistato da una giornalista, Nina Dunham, che con un inedito, esplosivo scoop intende denunciare losche consuetudini e finisce per trovarsi a strumentalizzare ai fini della propria carriera giornalistica proprio quel ragazzo che intende salvare.
Due coniugi, Cindy e Derek Hull, sconvolti dalla perdita del neonato, chiusi nel loro silenzio, cercano conforto lui nei giochi on-line, lei chattando con uno sconosciuto che li deprederà dell’identità e dei risparmi.
Due ragazzi ingannano l’introverso, timidissimo Ben Boyd, presentandosi su Facebook come coetanea innamorata e inducendolo a posare nudo in foto che scateneranno contro di lui la feroce persecuzione di tutti i compagni di scuola, al punto che Ben tenterà il suicidio.

Il testo, articolato in queste vicende, presenta in tre situazioni diverse una sconfinata solitudine e un intenso bisogno di relazione, che i protagonisti cercano di realizzare grazie al web, equivocando fra realtà e virtualità. Tutti infatti, molto soli, molto sofferenti, si giovano del web per superare il proprio isolamento, illudendosi di creare una relazione vera attraverso la rete, che in casi come questi offre in sostanza un paravento, una difesa da una relazione vera: quel rifugio fantasioso in cui, costruito l’interlocutore su misura, ci si illude con comunicazioni spesso a senso unico che sottraggono alla realtà effettiva, nelle quali non tutti si sentono tenuti alla verità. La socialità contemporanea sconfina facilmente dal mondo reale al mondo virtuale, da cui sempre più fortemente dipende, sovente senza distinguere fra i due piani, almeno da parte degli individui più fragili, indifesi e sofferenti.

E’ per questo che la solitudine di partenza, da cui nascono il progetto e l’iniziativa di comunicazione, non può che aumentare nel corso dell’esperienza, conducendo alla disperazione, quando l’irrompere della realtà finirà per smascherare illusioni, inganni e addirittura frodi.

Il film documenta le conseguenze generate da un utilizzo ingenuo o irresponsabile del mezzo, mostrando l’animo dei protagonisti e di quelli che sono loro vicini: il disagio della giornalista che solo alla fine ha la misura della portata della propria iniziativa, l’angoscia mortale del ragazzo solitario e chiuso che arriverà al gesto estremo, l’inquietudine, il risentimento, lo sdegno dei due padri, la sofferenza e il silenzio dei due coniugi che solo nella ricerca del truffatore ritroveranno una forma di alleanza e solidarietà.

Qual è la differenza fra una relazione instaurata sul piano della realtà e una mediatica? La mediazione, appunto, che mimetizza i caratteri dell’altro, consentendo anche bluff e tragici inganni ed è in grado di propalare irreparabilmente a infiniti lettori i segreti confidati. L’impossibilità di percepire in presenza l’inconscia risposta emotiva dell’altro e di reagirvi di conseguenza, l’impossibilità cioè di comunicare direttamente, anche e soprattutto a quel livello inconscio attraverso il quale passano le informazioni più importanti nei contatti fra persone rende molto più limitata e più rischiosa la comunicazione mediatica rispetto allo scambio reale. In altri termini, nei contatti umani non si parla solo con le parole (che, abilmente manipolate, possono risultare ingannatrici), ma anche e soprattutto attraverso comunicazioni alogiche, inconsce, dalle quali scaturiscono i nostri sentimenti di attrazione e repulsione.

Precisato il grande limite del rapporto on-line rispetto a quello reale, tuttavia, va osservato e ribadito che non è il mezzo in se stesso a creare drammi, ma l’uso inesperto, alienante, dissennato, o doloso che se ne può fare.
“Ho scritto la sceneggiatura – ha affermato Andrew Stern, lo sceneggiatore – dopo essermi reso conto di come oggi molta gente, durante pranzi o cene, tenga telefonini o tablet sul tavolo e non smetta mai di usarli anche mentre mangia. Le persone sono lì tutte insieme, ma stranamente non sono presenti le une con le altre. Nel film ho incrociato varie storie che raccontano come la tecnologia che ci unisce in rete può molto spesso scollegarci nella e dalla vita di tutti i giorni.”

Il titolo, che pare contraddittorio rispetto all’iperconnessione dei protagonisti, allude appunto alla loro condizione di individui disumanizzati, scollegati dalla vita reale, da se stessi, dai rapporti veri, perché troppo collegati e per così dire sequestrati da quella virtuale. In questo senso esso suonerebbe come un imperativo, un invito a scollegarsi, per tornare a vivere secondo modalità umane.
Il regista, che in passato ha diretto spot pubblicitari e il documentario “Murderball”candidato agli Oscar nel 2005, è alla sua prima prova nel lungometraggio, per il quale ha usato un metodo da documentarista, servendosi di ricerche e interviste. “Non ho voluto affrontare questo tema con teorie e polemiche – ha dichiarato – Ho voluto semplicemente rappresentare la realtà, come se fosse un documentario.” E ha aggiunto: “Ogni secondo nel mondo diciotto adulti restano vittime di crimini informatici, mentre lo scorso anno in USA il 40°/° di studenti medi e delle superiori ha subito un atto di cyberbullismo.”

Dal punto di vista stilistico il film si distingue per una solida sceneggiatura, che sapientemente articola in una struttura composita, circolare, le tre storie, l’uso del ralenti, la musica di Max Richter, le frequenti sequenze notturne.
Esso s’inserisce in quel filone di film recentissimi che esaminano, anche a livello fantascientifico, possibili vantaggi e danni del web, come “Lei” di Spike Jonze, USA 2013, “Transcendence” di Wally Pfister, USA 2014, preannunciati una decina di anni fa da “S1m0ne” di Andrew Niccol, USA 2002.

Va ricordato che quest’anno ricorrono venticinque anni dalla nascita del web e dieci da quella di Facebook, narrata dal film di David Fincher “The Social Network”, USA 2010.