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dalla Redazione

La Fondazione Centro Studi Campostrini di Verona il 28 febbraio ha organizzato un incontro sul tema del padre tenuto da Massimo Recalcati, psicanalista lacaniano, e moderato dal dott. Davide Assael. Recalcati ha descritto i diversi volti del padre nella società contemporanea e risposto alle numerose domande del pubblico.

La società senza padri è un’onda lunga di cui Lacan parla dal 1938, epoca in cui la fragilizzazione dell’autorità del padre è stata compensata da regimi autoritari in cui padri onnipotenti compensavano la fragilità di quelli reali. Ma la prima rottura radicale può essere rintracciata ancor prima, quando Nietzsche, ne “La Gaia scienza”, annuncia la morte di Dio aprendo alle incertezze e alle inquietudini della modernità. Inquietudini che hanno trovato espressione nei movimenti del 1968 in cui i figli, per la prima volta in Occidente, riescono a prendere la parola liquidando tuttavia in modo troppo semplicistico la questione della paternità con il risultato di ottenere un nuovo padrone nel capitalismo. L’immagine della notte dei Proci, descritta da Omero nell’Odissea, può essere presa a prestito per rappresentare il capitalismo nichilista e pervasivo che ha reso centrale il profitto, non il lavoro, che vede nelle merci la salvezza e che pratica il feticismo dell’oggetto. L’appetito senza freno vince sull’appetito tenuto a freno.
Nella società attuale stiamo assistendo ad una nuova rivoluzione antropologica: il rapporto tra figli e famiglia si è invertito. Oggi è il figlio, bambino divino visto come un idolo, a dettare le regole alla famiglia, non più la famiglia a dettare le regole al figlio. E’ venuta meno la capacità dei genitori di sopportare l’odio dei figli e di tollerare il proprio e il loro impatto con l’impossibile, trauma necessario che l’adulto deve imparare ad accettare. Oggi i genitori vogliono solo essere amati dai propri figli e faticano a far sentire loro lo scarto generazionale di cui invece hanno bisogno.

In questo contesto sociale Recalcati fa emergere i diversi volti del padre che si succedono lungo il percorso dei loro figli verso la crescita. Volti, tutti, di cui il figlio ha bisogno per poter divenire adulto.

Il “volto della Legge”. E’ il volto della castrazione che introduce l’esperienza del limite e dell’impossibile, esperienza necessaria perché rende la vita umana, differenziandola da quella animale. I bambini non nascono soggetti, devono diventarlo attraverso l’educazione e le regole che insegnano a rinunciare alla violenza e all’incesto, attraverso una legge in grado di umanizzare la vita che impedisca il ripetersi del gesto di Caino. E’ un volto che nel nostro tempo appare particolarmente indebolito rendendo difficile l’esperienza dell’impossibile che è invece fondante. E’ infatti solo attraverso l’accettazione e l’esperienza del limite che diviene possibile una vera conoscenza e una vita libera.

Il “volto del desiderio”. Il padre introduce il limite e, contemporaneamente, la possibilità del desiderio mostrando che l’interdizione rappresenta una donazione. La legge sostiene il desiderio che, dove non ci sono limiti, non può esprimersi. Ma nell’affermare la legge non deve esserci godimento.

Il “volto della presenza”. E’ il volto più materno del padre. Perché ci siano una madre e un padre è necessaria una disponibilità alla responsabilità. Con la nascita di un figlio il padre riconosce che la sua esistenza non è più come prima, che il mondo non è più lo stesso. Quando il neonato viene alla vita lo fa attraverso un urlo. Responsabilità dei genitori è non lasciare sola questa vita e rispondere al grido che, se non viene accolto, si perde nel vuoto come il grido di Munch. È la risposta della genitorialità che trasforma il grido originario in una domanda.
Freud nei “Tre saggi” scrive «Il chiarimento sull’origine dell’angoscia dei bambini lo devo a un maschietto di tre anni che una volta sentii dire alla zia in una camera al buio: ‘Zia, parla con me; ho paura del buio.’ La zia allora gli rispose: ‘Ma a che serve? Così non mi vedi lo stesso.’ ‘Non fa nulla – ribatté il bambino, – se qualcuno parla c’è la luce.” La parola salva dal buio. Compito della genitorialità non è impedire il buio, ma mantenere una presenza.

Il “volto della libertà”. Durante l’infanzia il bambino necessita dello sguardo del genitore per abbassare la sua angoscia. I cambiamenti che avvengono nella pubertà portano invece alla ricerca della libertà. Il corpo diviene sessuato e l’adolescente inizia ad avere un proprio odore. Non è più l’odore “del campo”, un odore neutro e comune ai coetanei, ma un odore proprio. La sessualità introduce così la separazione tra figli e genitori. In questo delicato momento di passaggio, la domanda del figlio non è più una richiesta di soccorso, ma di libertà. Il genitore non è più quello che salva dall’angoscia, ma che può provocare l’angoscia. Il rapporto si inverte, adesso è il genitore ad essere angosciato dalla libertà richiesta dal figlio.
Francois Dolto parla della necessità, in questa fase della vita, di una genitorectomia. Tuttavia è il legame familiare che inscrive la vita. Un difetto di inscrizione nel luogo dell’altro genera sofferenza poiché l’appartenenza fonda l’identità. Avere una provenienza, una discendenza è dunque una necessità, ma l’adolescenza ha anche bisogno di erranza. C’è un contrasto tra l’appartenenza e l’erranza, eppure l’una non basta senza l’altra. I ragazzi che chiedono, con diritto, la rottura del legame familiare devono conservare la consapevolezza che possono tornare. Abramo che accetta di sacrificare Isacco rappresenta il gesto del genitore che deve sacrificare la sua proprietà sul figlio e lasciarlo andare dopo averlo accudito. Non prima.

Recalcati chiude il suo intervento chiedendosi se, in un mondo come quello che viviamo è davvero possibile lasciare andare i figli. Non tutti, come Telemaco, ereditano un regno. Tuttavia, quello che può permettere di lasciarli andare è la fede in loro che non significa avere progetti su di loro, poiché questi diventano destini, il più delle volte infelici, ma scommettere sul loro desiderio, sulla loro attitudine, sulla loro “stortura” che è il punto di differenza, di discontinuità, che rappresenta la loro unicità.
Per quanto un genitore possa aver protetto il figlio, infatti, non ne può garantire la felicità. La vita è fatta anche di tsunami e di cattivi incontri, non è custodita in una serra, ma è una contingenza che non si può governare. Non c’è un nesso di causalità deterministico tra genitori e figli. Non siamo responsabili del trauma che abbiamo subito, ma di quello che ne faremo.

Quello che viviamo è il tempo del figlio. Il figlio “giusto” è quello che non pensa di farsi da sé, poiché è un mito del nostro tempo pensare che la vita si autocostituisca. Per oltrepassare i genitori bisogna imparare a farne uso. Riconoscerli. Telemaco sulla spiaggia attende il padre. Tutti, in qualche modo, abbiamo atteso il padre. È la dimensione della provenienza. Ma Telemaco non vuole la pelle del padre. Per fare luce a Itaca deve riconoscere il debito con chi lo ha preceduto. Freud, citando Goethe, dice che “ereditare è riconquistare”. Nell’epoca in cui il padre è evaporato, è il figlio che fa esistere il padre. Il figlio “giusto” è quello che ha il coraggio di intraprendere il viaggio, anche se rischioso, è il figlio “orfano” che accetta di mettersi in movimento perché nessuno può farlo al posto suo, esponendosi senza più protezione e senza garanzie.