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di Laura Chiesa

L’obesità può rappresentare una patologia cronica determinata da un insieme di fattori, anche psicologici (caratteristiche di personalità) e ambientali (società, famiglia, rapporti affettivi).

Per molto tempo è stata curata come patologia prettamente medica, tuttavia dietologi e medici di base evidenziano spesso una significativa difficoltà delle persone con problemi di sovrappeso e obesità a chiedere aiuto e a seguire diete e stili di vita adeguati; nell’obesità grave vengono addirittura richieste valutazioni psicologiche per accedere a interventi chirurgici che, senza un adeguato trattamento psicologico, rischiano di essere inefficaci o addirittura dannosi.

L’aumento di peso spesso è causato da uno stile alimentare scorretto, in molti casi basato su una dieta ipercalorica (iperfagia), associato ad una vita sedentaria.

Nel 30% dei casi l’aumento di peso è dovuto a un vero e proprio Disturbo da Alimentazione Incontrollata: ricorso a frequenti abbuffate, senza condotte compensatorie, nelle quali si ha la sensazione di perdere il controllo. È una ricerca di cibo senza freni, ingurgitato voracemente, in quantità eccessiva, spesso anche in assenza di fame e in un contesto di segretezza. L’abbuffata tendenzialmente si accompagna a stati di non pensiero, ma poi getta in una situazione di sconforto e di autocritica.

In un lavoro di psicoterapia che funziona, le persone prendono il coraggio di provare a capire il senso del loro sintomo alimentare e molto spesso si rendono conto che il meccanismo che innesca la ricerca compulsiva di cibo è un meccanismo emotivo: inizialmente infatti l’abbuffata dà l’illusione di eliminare emozioni spiacevoli (ansia, inadeguatezza, dipendenza emotiva intollerabile, senso di vuoto…).

Ciò che spesso emerge nei disturbi alimentari è la traccia di un rapporto affettivo conflittuale nelle esperienze di dipendenza: la vicinanza affettiva è molto spesso ricercata, con la sensazione di una vicinanza infantile poco goduta, di un bisogno troppo grande, impossibile da soddisfare, che non è degno nemmeno di essere considerato, ma contemporaneamente questa vicinanza così intensamente desiderata è terribilmente temuta, il bisogno affettivo viene percepito come un punto di vulnerabilità personale intollerabile, che espone ai capricci, alle invadenze ed alle bizzarrie di un Altro poco rispettoso dell’individualità.

In adolescenza il corpo incontra dei fisiologici cambiamenti, che possono causare transitori stati di sovrappeso, inoltre i cambiamenti corporei impongono ai ragazzi nuove identità che potrebbero non sentirsi pronti ad assumere, o non sentirsi in grado di gestire…talvolta in ambito psicoanalitico si sente dire che il grasso copre e nasconde il corpo sessuato.

Il corpo adulto rischia di demolire in modo potenzialmente dirompente l’equilibrio dei legami affettivi costruito nell’infanzia: “sono in grado di allentare il legame di dipendenza con i miei genitori? Se mi allontano loro spariscono o mi abbandonano? Rimane un vuoto? È un vuoto che mi schiaccia? Rimango con le spalle scoperte? Mi sento sguarnito e incapace di affrontare i coetanei? E’ colpa dei miei genitori che non mi hanno attrezzato come gli altri? È pericoloso se sento la loro mancanza? Significa che non riuscirò mai a diventare autonomo? I coetanei mi trovano interessante? Sono una persona che può piacere? Per essere amato come mi devo comportare? Devo assecondare tutte le aspettative degli altri?…”

E a seguire altre domande, che accompagnano una sfida, quella del cambiamento.

Non è certamente facile per chi, da adulto, affianca la crescita dell’adolescente, capire il peso di quei chili di troppo; il rischio è di rendere trasparente la situazione, bloccati dal timore e dall’angoscia nascosti sotto quel peso: un adolescente invitato a chiedere una consulenza psicologica potrebbe anche reagire con rabbia, se la proposta muove angosce significative.

Una paura (erronea) che molte volte può impedire di chiedere una consulenza specialistica, è legata all’idea che lo psicologo possa creare una relazione di dipendenza inutile e negativa, dalla quale non sì è sicuri di poter uscire, se non con delle rotture o delle fughe. Un’altra paura è legata all’idea di essere giudicati male, come persone incapaci di controllarsi o, nei panni dell’adulto, dei genitori colpevoli.

O ancora ci può essere il timore che chi suggerisce una consulenza si voglia intromettere nello spazio privato del ragazzo attribuendogli un’identità malata.

La consulenza specialistica invece è fondamentale: è lo strumento che permette di effettuare diagnosi precoci che porteranno a trattamenti più rapidi ed efficaci (il disturbo alimentare non curato ha un elevato rischio di cronicizzarsi). Consulenza specialistica non significa automaticamente inizio di una psicoterapia, in situazioni transitorie possono essere sufficienti pochi colloqui per assecondare o favorire un processo evolutivo già in atto, che non ha bisogno di interventi esterni. L’intervento psicologico ha sempre come fine la libertà personale, non solo “libertà da” (cibo, corpo sofferente, rapporti soffocanti o insoddisfacenti,…) ma soprattutto “libertà per”, per esprimersi e godere di ciò che si è.

Dott.ssa L. Chiesa – psicoterapeuta