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Testo tratto dal sito: State of Mind

“  Il Disturbo da Deficit dell’Attenzione e dell’Iperattività (ADHD) è caratterizzato dalla difficoltà di focalizzare l’attenzione in modo volontario e costante, dalla tendenza all’iperattività motoria e cognitiva e dalla difficoltà nella gestione emotiva. Le persone che soffrono di questo disturbo, mostrano incostanti o scarsi livelli motivazionali e tendono alla disregolazione emotiva per cui spesso si presentano comorbilità con disturbi del comportamento, d’ansiao di personalità.

La meditazione può rappresentare uno strumento di integrazione terapeutica efficace (Bishop et al., 2004; Brown & Ryan, 2003; Davidson et al., 2003; Lazar et al., 2005; Schwartz & Begley, 2002; Segal et al., 2002) per regolare gli stati di attivazione cognitiva ed emotiva.

Il sistema attentivo, organizzato in diversi network che si attivano ed interagiscono nel corso dell’attività cognitiva, effettua un controllo esecutivo più o meno automatico a seconda del tipo di attività richiesta, della motivazione ad eseguirla e dell’emozione ad essa associata. Le difficoltà attentive presenti nell’ADHD sono variabili e differenti; per cui si osserva una difficoltà nella preparazione del compito (scarsa allerta fasico e bassa motivazione), estrema fatica a mantenere e orientare l’attenzione volontariamente (allerta tonico e attenzione sostenuta di tipo endogeno), aggravata dalle distrazioni esterne (focalizzazione automatica di tipo esogeno) e dalla tendenza a vagare con la mente (distrazione), soprattutto nel corso di un compito automatico o poco interessante (Default Mode Network, DMN).

Considerando tali caratteristiche (Posner  e Petersen, 1990; 2012; Tang e Posner, 2009, Malinowski, 2013) la meditazione faciliterebbe l’allenamento delle funzioni di focalizzazione, osservazione e consapevolezza della propria distrazione, influendo positivamente sulle abilità di riorientamento e disancoraggio dallo stimolo e sul funzionamento attentivo e cognitivo generale. L’allenamento a riportare la concentrazione in modo gentile e non giudicante su stimoli neutri, come il respiro o i movimenti lenti, infatti, aumenterebbe la consapevolezza di sé, il senso di efficacia e di padroneggiamento della propria mente, riducendo l’impatto di stati mentali particolarmente dolorosi e intensi, oltre che la frequenza di risposte disfunzionali. L’esercizio costante di osservare che la distrazione sopraggiunge ed è possibile riorientare l’attenzione su qualcosa di concreto come il respiro, infatti, aiuta l’individuo a prendere coscienza del funzionamento della propria mente (Klingberg et al. 2005) e distanza critica dai propri pensieri. Questo potrebbe contrastare efficacemente l’abituale deficit di auto-regolazione cognitiva ed emotiva, tipico dell’ADHD e dei disturbi ad esso associati (Biederman, 2004; Kessler et al., 2006). “

Per l’articolo completo e per l’analisi di alcuni studi su questo argomento, vai sul sito: State of Mind