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Dott.ssa Chiara Gnesi

 

Negli ultimi 2-3 anni si parla molto di autolesionismo fra i giovani: tagliarsi la pelle delle braccia con le lamette, spegnersi le sigarette addosso, insomma farsi del male. Perché? È solo una moda, come è stata quella del lancio di sassi dai cavalcavia, qualche anno fa, è solo un rituale di gruppo e di imitazione, o c’è molto altro?

Intanto, corre una profonda differenza fra i comportamenti che prevedono un’assunzione di rischio (Risk-Taking) e quelli autolesionistici (Self-Harm), ma forse appaiono più immediatamente evidenti alcuni punti in comune: l’allarme che questi agiti suscitano negli adulti, l’idea che costituiscano una richiesta d’aiuto e, al tempo stesso, una soluzione insana che l’adolescente ha trovato per affrontare la vita e le sue difficoltà.

Il Risk-Taking nell’adolescente occidentale implica trasgredire le regole imposte dall’adulto, marinare la scuola, viaggiare su un mezzo pubblico senza biglietto, rubare in un negozio, sfidare i propri limiti, insomma sperimentare situazioni nuove. Tutti questi comportamenti assolvono alla funzione di affermazione di sé e delle proprie nuove autonomie, di differenziazione dagli adulti e dall’identità di se stesso bambino che non esiste più, di identificazione con il gruppo dei pari. Molte di queste condotte avvengono, infatti, in un contesto sociale, con i coetanei: abusare di alcol e di stupefacenti, commettere azioni delinquenziali, guidare in modo imprudente e pericoloso, non proteggersi dal rischio di contagio di malattie sessualmente trasmissibili e di gravidanze indesiderate. Nessuna di queste condotte, però, è associata ad esiti non desiderabili, ossia il giovane non ha intenzione di farsi del male deliberatamente o di mettersi nei guai. Quindi, entro certi limiti, il Risk-Taking si può considerare un comportamento tipico dello sviluppo adolescenziale, nella transizione all’età adulta, e diventa problematico solo quando il soggetto, i suoi genitori o la società lo vivono come disturbante. Ciò non toglie che esso venga incrementato da questioni soggettive (bisogno di approvazione da parte dei pari, senso di inadeguatezza o di inutilità, difficoltà temperamentali nell’auto-regolazione, dovute anche a squilibri ormonali e dopaminergici fase-specifici), familiari (un clima relazionale conflittuale e difficile, che induce l’adolescente a “scappare” fuori casa) e sociali (quanto certe condotte sono condannate o tollerate).

Un altro ambito è quello del Self-Harm: farsi del male intenzionalmente, ma senza un’intenzione suicidaria – almeno cosciente e dichiarata. La forma più frequente fra gli adolescenti è quella delle automutilazioni lievi, come tagli e bruciature, più tipiche nel campione femminile, mentre colpirsi volontariamente, sbattere una parte del corpo contro un oggetto contundente, anche fino alla frattura ossea, è più frequente fra i maschi. Ma a volte le automutilazioni sono anche implicite e latenti, conseguenti ad un’attività fisica eccessiva, a comportamenti alimentari di restrizione e privazione oppure di crisi bulimiche.

Questi agiti vengono per lo più messi in atto nella solitudine della propria cameretta, in uno stato emotivo con tutte le sfaccettature e le declinazioni della sfera negativa. Spesso vengono occultati dall’abbigliamento e non si va a cercare aiuto al Pronto Soccorso – il che rende anche difficile stimare quanta parte della popolazione giovanile effettivamente ricorra a queste condotte.

Farsi del male fisicamente sarebbe un modo per ripristinare un controllo sulla propria sfera emotiva, che sta sfuggendo di mano: quando la situazione è particolarmente impegnativa e stressante dal punto di vista emotivo, è facile – anche negli adulti, a maggior ragione negli adolescenti – che si verifichi un fallimento della mentalizzazione, ossia di quella capacità di “tenere a mente la mente” propria e degli altri, per interpretare i comportamenti come correlati a precisi stati mentali – i propri sono sondabili con l’introspezione, quelli altrui sono ipotizzabili. Il comportamento autolesivo sarebbe, così, una strategia concreta di regolazione affettiva, e a volte anche il modo per dare un corrispettivo esterno, concreto, epidermico, ad un dolore innominabile di natura psichica.

Infatti, fra le cause che i giovani autolesionisti riferiscono, troviamo: la ricerca di una modalità di regolazione emotiva, lo sfogo di un malessere interiore, esistenziale / relazionale, in un modo paradossale: “Stavo male già prima e non sapevo dire perché, adesso sto male perché mi fanno male le braccia”, perché fa più paura un dolore interiore che non ha nome, rispetto ad uno fisico molto più comprensibile. Ancora: la fuga da un’angoscia intollerabile o da una situazione insostenibile, l’esigenza di affermazione di sé, di punire se stessi o un’altra persona, la solitudine.

Fra i fattori di rischio, si possono annoverare gli stessi già menzionati per il Risk-Taking, a livello personale e familiare. Nelle condotte di Self-Harm, tuttavia, l’influenza della società occidentale con le sue mode sembra essere spiccata: esistono addirittura dei blog su cui scrivono ragazzine giovanissime dedite al cutting (procurarsi tagli), fra esibizione virtuale di malesseri esistenziali nella propria community e richiesta di aiuto.

Nel Regno Unito vengono messi in campo numerosi interventi in prevenzione e di trattamento di questi agiti; tutti puntano a potenziare e raffinare le abilità di mentalizzazione, e vedono una rapida esportazione sia in Europa che negli Stati Uniti.

In Italia è stato pubblicato di recente (2013) da Franco Angeli “Comportamenti a rischio e autolesivi in adolescenza” di Antonella Marchetti, Edoardo Bracaglia, Giulia Cavalli, Annalisa Valle. Il testo contiene l’interessante “Risk-Taking and Self-Harm Inventory for Adolescents (RTSHIA)” di Ioanna Vrouva, Peter Fonagy, Pasco R.M. Fearon e Trudie Roussow (2010), un questionario che, oltre a mappare i comportamenti in questione, è un ottimo spunto per iniziare un dialogo e una riflessione con i propri adolescenti.

 

Dott.ssa Chiara Gnesi

psicologa