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Siamo un gruppo di persone che ha un sogno in comune: contribuire con progetti concreti alla realizzazione di un mondo più giusto. Crediamo che ogni individuo abbia diritto ad una vita dignitosa e alla possibilità di crescere e realizzare le proprie potenzialità. Abbiamo unito i nostri sforzi e le nostre energie con questi obiettivi: sensibilizzare ed impegnarsi sui temi della povertà, della globalizzazione e della giustizia sociale, diffondendo la cultura della solidarietà; creare e sostenere progetti concreti, orientati soprattutto a fornire amore e possibilità reali a persone che vivono in situazioni di deprivazione, con uno sguardo in particolare ai bambini.

Attualmente sosteniamo un progetto a favore dei ragazzi di strada a Lima (Perù) e gestiamo direttamente una casa famiglia che ospita una decina di ragazzi.

 

2004 – 2014
10 anni di solidarietà insieme

di Alessandra – www.sinergiaitalia.org

La mia esperienza, con e per gli altri, è iniziata nel 2001, quando decisi di fare una prima esperienza di volontariato all’estero. Arrivai in Paraguay, in una casa-famiglia per bambini orfani o provenienti da famiglie estremamente disagiate. Fu bello, significativo, umanamente profondo: mi sentii “madre” di quei ragazzi che ancora oggi ricordo con immenso affetto.
Quello fu il primo momento del cammino che poi ho percorso: importante per capire che nella mia vita volevo dare uno spazio speciale a chi, soprattutto se piccolo e indifeso, non aveva avuto dalla vita le mie stesse opportunità, di me, nata in una famiglia che mi ha sempre riempito di amore profondo e soddisfatto a pieno in ogni mia esigenza materiale e psicologica.

Nel 2002 arrivai in Perù la prima volta. Conobbi varie organizzazioni, ma una mi colpì in modo folgorante. Innanzitutto per la presenza di Jenny, la responsabile di una casa-famiglia per ragazzi di strada con una vocazione eccezionale per l’aiuto disinteressato agli altri. Ricordo sempre con emozione il nostro primo incontro. Lei che esce in pigiama dalla casa-famiglia, perché non aveva neppure avuto il tempo di cambiarsi presa dalle mille esigenze dei ragazzi, ed io che sento battere forte il mio cuore, capendo da quel pulsare che l’incontro con lei mi avrebbe cambiato la vita. Così è stato.

Tramite Jenny sono uscita in strada, di giorno e di notte. I ragazzi di strada sono diventati persone reali, non più volti che si perdevano fra tanti altri, ma ognuno col suo nome, ognuno con la sua storia, ognuno con le sue caratteristiche peculiari. E dal contatto diretto, che cancella l’anonimato, è nata la mia “passione” per loro: come era possibile che delle creature così giovani dovessero patire i soprusi della polizia? Come la gente poteva guardarli senza fare nulla, buttati come sacchi di spazzatura sui marciapiedi? Potevano dei ragazzi dormire nei buchi formati dalle acque sulle rive del fiume? Come accettare che per la disperazione qualcuno di loro tentasse il suicidio con il veleno per topi? Come potevano morire di tubercolosi a soli 18 anni? Capii subito che l’importante per me era fare qualcosa di concreto per loro, e che volevo farlo “in presenza”, essendoci al loro fianco, anche se non sarei riuscita ad alleviare tutte le loro sofferenze.

Così tornai a distanza di solo un paio di mesi in Perù, per fermarmi come volontaria nell’organizzazione di Jenny. Furono otto mesi intensissimi, dove cambiai molto di me: mi sentii scavare dentro dalle situazioni di vita dei ragazzi, che sembravano spesso non avere mai fine nella loro sofferenza; diventai più flessibile e tollerante, imparai a non giudicare certi stili di vita che inevitabilmente erano legati alla loro permanenza in strada: gravidanze precoci, sessualità promiscua, uso di droghe; nella condivisione con loro sentii più volte di toccare l’essenza della vita nella sua nudità: solo la relazione tra persone, senza spazio per finzioni ed apparenze, solo il legame forte di due anime che si incontrano e si scambiano frammenti di sé.

Ricordo quella volta che accompagnai per vari giorni Mayra in ospedale: 16 anni e incinta di 5 mesi. Capelli ricci con migliaia di pidocchi. Non aveva nulla da mettersi: recuperai per lei dei capi di intimo e un pigiama, e la domenica mi misi di buona lena a cercare di togliere dalla sua testa un po’ di quei pidocchi: fu una situazione buffa, surreale. Io, straniera, in un ospedale di Lima, seduta con Mayra nel bagno comune del reparto, con i pidocchi che saltavano letteralmente da una parte all’altra. Mi bastarono le parole di lei, che mi raccontava la sua storia, e il grazie che mi disse alla fine con un abbraccio. Ricordo che sentii che quella domenica era stata una bella domenica: non avrei voluto essere da nessun’altra parte, con nessun altro, per quanto Mayra fosse un’estranea. Ci eravamo incontrate, nella nostra umanità, e ci eravamo sentite vicine.

La stessa sensazione di vicinanza e amore profondo che sentii la vigilia di natale per Sebastian, un cucciolo di neanche un anno che per qualche giorno tenni con me, finché alla madre non fosse passata la sbornia e fosse rientrata nella casa-famiglia dove io prestavo servizio volontario. Lo trovai disidratato tra le braccia della madre, ubriaca, e fu per me istintivo prenderlo fra le mie e riportarlo in casa-famiglia: non so ancora se fu la scelta più giusta, ma il tragitto su quell’autobus, con Sebastian fra le braccia, fu un momento di alta ispirazione per me.

Capii che in quell’esatto momento stavo “celebrando” il mio natale nel migliore dei modi: cullando fra le braccia una creatura indifesa, che ben assomigliava al bambinello povero e infreddolito della nostra tradizione cristiana. La differenza era che per la prima volta nella mia vita la celebrazione del natale era reale, concreta: ero lì ad aiutare con la mia presenza, mettendo a disposizione tempo, energie, intelligenza, risorse. Era quello che mi aveva spinto ad andare in Perù: volevo che la mia vita acquistasse un significato più profondo mettendo a disposizione degli ultimi fra gli ultimi la mia sensibilità e le mie capacità, non restando indifferente.

Oggi, a distanza di anni, è ancora così. Ho conosciuto tantissimi altri ragazzi, abbiamo fondato con Martin e con gli amici italiani associazione e progetto, l’aiuto che riusciamo a dare è diventato più concreto e strutturato, ma le motivazioni e la gioia profonda dell’incontro con l’altro sono le stesse. E’ indescrivibile la gioia che ho provato quest’anno nel riabbracciare Andrea, la prima delle ragazze ospitate nella nostra casa-famiglia che ha raggiunto la vita autonoma: sento per lei sentimenti di “madre” e sono così orgogliosa che oggi sia una donna con sogni e opportunità reali e che non sia appassita fra le crepe delle strade di Lima, entrando nei giri dello sfruttamento sessuale o drogandosi fino a diventare schizofrenica come è successo e continua a succedere a molte bambine e ragazze di Lima.

E’ indescrivibile l’emozione che ho sentito ad agosto quando ho accompagnato Esaù a vivere con zii e cugini paterni: dopo cinque anni vissuti nella nostra casa-famiglia, con alle spalle situazioni tragiche come l’assassinio della madre, è cresciuto con noi, si è allontanato dal gruppo di teppisti al quale si era unito, ha ritrovato sogni e speranza ed oggi sono orgogliosa di lui come una mamma quando gli parlo al telefono e mi racconta dei suoi studi, del lavoro, delle sue attività sportive, del rapporto con i familiari. Ha ritrovato se stesso, la sua famiglia, la sua vita.

I ragazzi di Lima sono entrati nella mia vita, in profondità, arricchendola e interrogandola sulle priorità davvero importanti per me e continuano ed essere al centro della mia vita, valendo ogni sforzo e sacrificio, perché ognuno di loro è un fiore che ha il diritto di sbocciare in tutta la sua bellezza, anziché appassire ignorato nelle strade di Lima.