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di Martin Milla

Mi chiamo Martin e vivo a Lima, una città del Perù, insieme ad altri 10 milioni di abitanti, da 38 anni. Il mio Paese ha un territorio molto ricco, ma che stranamente si è molto impoverito negli ultimi decenni. In contemporanea alla povertà che ho conosciuto fin da molto piccolo, vedevo la continua carovana di migliaia di persone che arrivavano nella mia città, fuggendo da forme di povertà e ingiustizia ancora peggiori. La mia vita è trascorsa tra l’affetto e le cure dei miei genitori, l’impegno continuo nel lavoro, lo studio giudizioso: sono così cresciuto senza problemi durante la prima parte della mia vita.

A 19 anni, e senza prevederlo, ho fatto la prima di migliaia di esperienze che si sono poi succedute, di quelle in cui la vita ci rivela l’incontro esistenziale con l’altro, l’incontro tra due persone. Senza nessuna esperienza mistica né stupefacente, mi sono trovato dopo alcuni minuti di incertezza, dubbio e timore, tra persone prima per me sconosciute, che avevo visto fino a quel momento solo sulle copertine dei giornali o nei telegiornali, presentate come persone indigenti e pericolose. Senza rendermene conto, e come quando un amico o un familiare ti viene incontro al momento del tuo arrivo, mi sono ritrovato a tenere in braccio un bambino piccolo, nudo e sporco, che era venuto verso di me, in una spianata arida delle rive del fiume Rimac dove vivevano alle intemperie decine di famiglie, bambini, adolescenti, privi di ogni mezzo, provvisti solo della gioia e della voglia di vivere, anche se proprio quella vita di emarginazione che li imprigionava aveva spezzato e calpestato la loro dignità, indebolendoli con l’alcool e le droghe.

Questo incontro di quasi vent’anni fa, mi fece nascere di nuovo, facendo sì che percepissi me stesso e gli altri in modo distinto. Quello che iniziò con il gioco meraviglioso del destino, che avrebbe dovuto essere solo un condividere il natale con queste persone su richiesta del mio parroco, non ha più smesso di essere fino ad oggi l’esperienza più bella di celebrazione del miracolo della vita anche nelle peggiori condizioni umane. Nei primi mesi avvenne un crollo progressivo di preconcetti sociali profondamente radicati nella nostra società: “Stai attento a queste persone perché sono pericolose”, inganno perverso della nostra società che criminalizza la povertà di coloro che hanno di meno, rendendoli non solo oggetto di commiserazione, pietà o elemosina, ma anche di paura e allarme. “Non provare neanche ad aiutarli, tanto non abbandoneranno mai i loro vizi!”…Adesso il mio cuore si sente sollevato sapendo che non sono né “inutili” né “da rifiutare”. Non è stato facile per i miei amici e i miei familiari comprendere questo cambiamento, ma il destino che agisce secondo una logica comune non ha tardato ad avvicinare a me amici e compagni che condividevano lo stesso proposito di fare qualcosa che restituisse un minimo di dignità ai fratelli che vivono in strada. Così passarono i primi anni, tra studio, lavoro e il volontariato rivolto alle persone indigenti. In strada ho instaurato amicizie così belle, di cui conservo ricordi davvero meravigliosi.

A metà del 2004, e di nuovo con la complicità del destino, nello stesso luogo che mi aveva visto anni prima incontrare quel bambino, ho conosciuto Alessandra, che a sua volta era venuta a visitare i bambini del posto. Velocemente ci siamo trovati in sintonia negli ideali e nei sogni, che già palpitavano nel suo cuore: aprire uno spazio di accoglienza per quegli stessi ragazzi che ci accoglievano in strada. Una casa-famiglia dove i ragazzi incontrassero risposta a una richiesta, che è così vergognoso che un bambino sia costretto a rivolgerci: un luogo che lo circondi di amore. Il tempo e la solidarietà degli amici meravigliosi di Verona hanno fatto poi sbocciare questo bel progetto nel 2005, dando inizio ad un’intensa esperienza ancora più profonda, che prima non avevamo sperimentato: condividere quotidianamente la vita, gomito a gomito, con i nostri ragazzi nella casa di accoglienza “Rayitos de Luz”. Che corso accelerato di vita che ci diedero i nostri “fratellini”! Che abilità che avevano per scrollarci di dosso tutta quella crosta accumulata dalla nostra società! Ogni giorno che viviamo insieme con loro ci insegna tante cose. Sono un libro aperto, sia per rispondere alle mille domande egoiste che facciamo alla vita, sia per porci i più profondi interrogativi, a tal punto che in molte occasioni, di fronte alle ingiustizie che questi ragazzi soffrono, ho provato vergogna nell’essere un adulto “civilizzato”. Mi riempie di emozione ricordare le centinaia di conferenze magistrali che ho ricevuto seduto in strada, al fianco di questi nostri fratelli: sulla solidarietà, sull’amore, sulla felicità.

Oggi, dopo aver gattonato come un bimbo appena nato, dopo aver camminato al fianco di tante belle persone, dopo aver condiviso con i nostri ragazzi nelle strade, nelle carceri e nella casa di accoglienza, sento con l’urgenza che viene dalla maturità che è coerente chiedermi se esista una risposta umana, civile e dignitosa che riesca a giustificare il destino di sofferenza dei nostri ragazzi di strada.