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di Claudia Bartocci

Pensando all’adolescenza, agli adolescenti, a quelli che incontro “fuori” e ai tanti che vedo nel mio studio, mi trovo ricorrentemente ad interrogarmi rispetto ad un’impossibilità. Essere adolescenti implica una transizione ed uno scontro. Il passaggio dal mondo dell’infanzia all’età adulta. La lacerante separazione dalle figure familiari di riferimento e l’immersione nel gruppo dei pari, dei coetanei.

L’adolescenza è un periodo di radicale e potente trasformazione.
Le scariche ormonali sono come bombe che cadono a distanza di pochissimi secondi, la crescita è velocissima, turbinosa, le trasformazioni corporee richiedono una metabolizzazione che spesso né l’adolescente né il suo ambiente sono pronti a realizzare.

Nel corso di questa delicatissima fase l’adulto dovrebbe funzionare come un paracadute durante il lancio. Consentire il volo e garantire che l’atterraggio non sia mortale. L’adulto dovrebbe funzionare anche come sponda. Lasciarsi attaccare ed abbandonare per consentire all’adolescente di trovare se stesso, dopo aver contestato e dissacrato tutto quello che da bambino ha assorbito. Mentre il suo corpo si trasforma, mentre lo specchio gli rimanda un’immagine sempre più distante da quella in cui aveva imparato a riconoscersi, l’adolescente dovrebbe riuscire ad esplorare anche il proprio mondo interno, a costruire un campo di coscienza in cui includere, tra i tanti insegnamenti ricevuti, quelli che diventeranno poi le sue norme e la sua etica.

Per dirigersi verso se stesso deve poter andare contro, deve potersi differenziare per arrivare ad individuarsi. E’ necessario uno scontro con l’ambiente di provenienza affinché il neo-adulto possa affermare se stesso. Ma c’è ancora, in questa nostra epoca, per l’adolescente la possibilità di sentirsi “contro”?

“Una volta quando avevo sei anni, in un libro sulla foresta vergine che si intitolava “Storie della natura”, vidi un disegno stupendo. Raffigurava un serpente boa che ingoiava un animale. I serpenti boa ingoiano la loro preda tutta intera, senza masticarla. Dopo non riescono più a muoversi e dormono per i sei mesi che gli occorrono per digerire. Mi colpì molto. Fu allora che feci il mio primo disegno. Era più o meno così.


Lo mostrai ai “grandi”. “Ti fa paura?” “Perché dovrei avere paura di un capello?” “Non è un cappello. È un serpente che digerisce l’elefante.” “Cosa?” “Faresti meglio a pensare alle cose serie. […]”
(A. de Saint-Exupery, Il Piccolo Principe, Bompiani 1998, pag.85).

Nel bellissimo testo di S. Exupery il Piccolo Principe cercava così di scoprire se ci fossero adulti in grado di ricordare di essere stati bambini. E’ fondamentale poter ricordare di…essere stati…bambini prima e adolescenti poi.

Nell’articolo “Ricordare, ripetere, rielaborare” del 1914, Freud affronta il tema dell’ “eterno ritorno”, da lui tecnicamente definito “coazione a ripetere”, scrivendo che la ripetizione (di azioni e comportamenti) sostituisce l’impulso a ricordare e che tanto più marcata sarà la resistenza, tanto più il ricordare verrà soppiantato dal ripetere. I comportamenti che vengono messi in atto ripetutamente sono le inibizioni, gli atteggiamenti inservibili, i tratti patologici del carattere. Le persone ripetono i loro sintomi.

Un tempo gli adolescenti incontravano adulti spesso incapaci di ricordare di essere stati a loro volta adolescenti e bambini. Adulti forse troppo irrigiditi nel loro ruolo, spesso non empatici. Capaci magari di funzionare come sponda ma non come paracadute. Oggi si ha l’impressione di trovarsi in un mondo che viaggia al contrario. Sembra che siano gli adulti ad inseguire i teenager.

Non c’è più “eccesso” che tenga. Qualunque comportamento l’adolescente metta in atto per differenziarsi, viene messo in atto allo stesso modo dai “grandi”. Oggi sembra che anche gli adulti ripetano, senza poter ricordare. Adolescenti quindi senza paracadute e senza sponda.

“Telemaco, invece, coi suoi occhi, guarda il mare, scruta l’orizzonte. Aspetta che la nave di suo padre – che non ha mai conosciuto – ritorni per riportare la Legge nella sua isola dominata dai Proci che gli hanno occupato la casa e che godono impunemente e senza ritegno delle sue proprietà [...] egli cerca il padre non come un rivale con il quale battersi, ma come un augurio, una speranza, come la possibilità di riportare la Legge sulla propria terra. Se Edipo è la tragedia della trasgressione della Legge, Telemaco incarna l’invocazione della Legge; egli prega affinché il padre ritorni dal mare e pone in questo ritorno la speranza che vi sia ancora giustizia per Itaca [...]. Non è una domanda di potere e di disciplina, quella di Telemaco, ma di testimonianza. Sulla scena non ci sono più padri-padroni, ma solo la necessità di padri-testimoni”. (M. Recalcati)
Testimoni nella doppia accezione del termine. Capaci cioè sia di passarlo, il testimone, rimanendo sullo sfondo, sia di offrire quello sguardo indispensabile alla costruzione della propria identità.

J. Lacan descrive “Lo stadio dello specchio”come il momento in cui, tra i sei e i diciotto mesi, il bambino arriva a riconoscere la propria immagine riflessa nello specchio ed elabora un primo abbozzo di Io. In questa fase il bimbo ha bisogno che un adulto, alle sue spalle, confermi con il proprio sguardo che l’immagine che lo specchio rimanda è la sua, che è il suo riflesso: che è l’IO. Sguardo e contatto sono inseparabili e fondano il senso di identità.

Quando ci sono difficoltà nella relazione visuo-sensoriale con il primo oggetto d’amore (generalmente la madre) diventa impossibile sentirsi a casa nel proprio corpo e percepirlo come “integro”. Queste precoci difficoltà tendono a manifestarsi durante l’adolescenza, quando il corpo energicamente si impone alla mente sotto la pressione della pubertà. In questi casi il corpo viene percepito come causa di disagi interiori e diviene “la tela” su cui tali disagi vengono “disegnati”.

In alcuni casi si tratta di patologia franca. Anoressia, disturbi alimentari, somatizzazioni di differente entità. In altri casi si assiste a significative e variegate modificazioni del corpo (dal tatoo a vari interventi di chirurgia plastica) con cui al corpo viene delegata la rappresentazione di problematiche interne non verbalizzabili.

Al cospetto di adulti incapaci di offrire uno sguardo che favorisca il riconoscimento di Sè; di adulti in corsa contro il tempo, gli adolescenti sembrano rifugiarsi nell’onnipotente illusione di potersi ri-creare da soli. In qualche caso, il movimento che sposta dal mondo interno al corpo, può essere intercettato. Qualche paziente si ferma e, al posto del tatuaggio o della rinoplastica in cui il dolore indicibile si sarebbe incistato, emergono angosce profondissime che, grazie al linguaggio e alla presenza di un interlocutore, possono trovare una collocazione mentale.

Un paziente dopo il suo “non-tatoo” ha cominciato a chiedersi il senso.

“La mia amica si è fatta tatuare una libellula. Simbolo di libertà ha detto. Poi è tornata a vivere con il marito etilista che la picchia. Se l’è fatta tatuare sul collo. Per farla vedere deve abbassare la testa.”

Prigioniere entrambe di un’impossibilità e di una mancanza.