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di Giampaolo Mazzara

 

Già precedentemente ho fatto riferimento al collegamento esistente tra automutilazioni e nuove consuetudini di moda: in molti ambienti sono divenuti di uso comune termini e pratiche quali il tatuaggio ed il piercing, ma molti adolescenti si avvicinano a modalità specifiche con l’intento più o meno consapevole di definire la propria identità, manifestare senso di appartenenza, volontà di trasgressione, di affermare autonomia e potenza.

Parliamo di interventi sul corpo che ne modificano, in maniera permanente o transitoria, l’aspetto ma ancor di più la percezione e la rappresentazione mentale. Branding (marchiarsi), scarificazioni, lacerazioni, stretching (abusare delle forze, sfinimento), carving (incisioni) sono le forme di attacco al corpo che hanno assunto un valore “sociale”, “estetico”, “comunicativo”.  Dobbiamo constatare come, frequentemente, di fronte a tali fenomeni, vi sia una banalizzazione da parte dei genitori, oscillanti fra la resa e il ritiro, e della società in generale. Oppure, si può assistere a una mistificazione antropologica che vorrebbe mettere in relazione tali pratiche con consuetudini rituali proprie di altre culture che accompagnano riti di passaggio e stati di appartenenza. Ciò di cui stiamo parlando è tutt’altro e i valori, i significati, la religiosità ancestrale … sono ben lontani!

Persino la ricerca dell’espressività artistica ci porta a confrontarci con interventi sul corpo atti a modificarne la naturale configurazione. Gina Pane è una delle esponenti più significative della body art: Guardando inquietati il suo corpo intenzionalmente deformato, è lecito chiederci in quale area del pensiero e dell’espressione umana ci indirizzi quel maltrattamento, se verso l’arte o verso la perversione. Se poniamo l’interrogativo su quali siano i tratti patologici in gioco nell’adolescente che attua comportamenti autolesivi, possiamo mettere in rilievo aspetti rilevanti come la dipendenza, il sadismo, il masochismo, il voyeurismo, l’esibizionismo, i processi di appartenenza, di fiducia e di autostima.

In generale, tenendo sempre presente la dinamica evolutiva della personalità, possiamo affermare che se non si rinforza l’Io, il sintomo si struttura e si espande fino a sostituire l’Io. Ricordando gli studi di Durkeim e di Merton sulla devianza, sviluppati intorno agli anni ’70, recuperiamo l’interessante concetto di “anomia”, una situazione sociologica e psicologica per cui alcuni soggetti si contrappongono alle norme sociali in quanto queste hanno perso credibilità ed essi non riescono a reggere la frustrazione e l’esasperazione derivate dall’incongruità tra le mete proposte dall’ambiente sociale e le possibilità di conseguirle. L’individuo perde la sua identità e agisce più “contro” che per la costruzione della propria personalità; arriva a non riconoscere più come significativi i suoi ruoli e i suoi comportamenti. A quel punto egli è pronto ad assumere un’etichetta (label) che non può che definirlo come deviante, antagonista, diverso: ciò, in qualche modo, gli dà identità e lo fa sentire appartenente. E’ un fenomeno che oggi si può riscontrare con grande frequenza sia nell’ambito degli abusatori di droga che degli alcolisti.

Nel caso degli adolescenti che intervengono sul proprio corpo con maltrattamenti, il marchio sociale viene sostituito o segnalato o rinforzato da una sorta di “marchio corporeo”: la devianza fisica definisce il proprio modo di essere ma anche il proprio Sé. Le patologie psichiatriche ci rivelano frequentemente il determinarsi di attacchi al corpo.Nello schizofrenico ci troviamo di fronte uno scatenamento delle pulsioni alla cui origine ci sono turbamenti delle relazioni e delle emozioni.

Turbe alimentari regressive, condotte escremenziali, sessualità fissata su oggetti immaginari, comportamenti auto-erotici sfrenati, autoaggressioni e automutilazioni. Il tutto accompagnato da gratuità, freddezza, distacco. Secondo Gabbard “i pazienti borderline presentano frequentemente un pensiero magico a proposito dei loro comportamenti autodistruttivi. Possono dimenticarsi del tutto delle conseguenze reali delle loro azioni poiché fanno la fantasia che il loro comportamento avrà risultati diversi. Es.: bruciatura di sigaretta per ridurre la tensione interna. Lamentandosi, poi, del non essere capiti dal personale.

L’azione è spesso il linguaggio del paziente borderline. Talmente oppressi dai loro stati affettivi, cercano di trovare sollievo nell’agire, ma non sono consapevoli che le loro azioni sono motivate dai sentimenti”. Naturalmente, quella cui io faccio riferimento è un’azione che esprime l’interiorità, che rappresenta emozioni e sentimenti. Anche quando si presenta confusa e non del tutto articolata, essa è la manifestazione tangibile della persona che ne è interprete. Dare valore all’azione significa valorizzare la persona nella sua interezza (per quanto residuale) e unicità.

Un’altra interpretazione dei comportamenti autolesivi,è quella che legge la componente simbolica presente nella maggior parte di essi. Per prima cosa, vorrei porre l’attenzione su un aspetto specifico che riguarda la ritualità che caratterizza buona parte delle condotte di cui ci stiamo occupando. Il rituale funziona come contenitore psichico della trasformazione (ad esempio, nell’iniziazione, nel matrimonio), quando l’equilibrio psicologi­co dell’individuo è minacciato du­rante un periodo di transizione da uno status o da un modo di essere a un altro. Jung era convinto che l’uomo esprima nel rituale le sue più importanti e basilari condizioni psicologiche, tanto che, se un rituale adeguato non viene fornito, l’individuo escogita spontaneamente e inconsciamente dei rituali che salvaguardino la stabilità della personalità mentre è in corso la transizione da una condizione psicologica ad un’altra. Il rituale, tuttavia, non incide direttamente sulla trasformazione ma si limita a contenerla. Jung era specialmente attratto dai rituali di iniziazione, in cui riscontrava dei pa­rallelismi con i processi psicologici e con la progressione dell’individuo nei diversi stadi della vita.Nel lavoro con i pazienti ebbe ad osservare co­me l’affidamento al rituale sia un aspetto insito in ogni accrescimento della coscienza.

Molto frequentemente la vita sociale degli adolescenti è poco significativa. I riti propri del passaggio da una fase all’altra, dell’iniziazione e dell’accettazione “nel branco” sono inesistenti o banalizzati. Il valore di una ritualità può essere intrinseco all’azione personale. Come nel caso di un bambino che si prepara per dormire: non è importante il dove ma il come si va verso la notte e, quindi, i genitori dovranno essere attenti a mantenersi fedeli a una sequenza sempre uguale ogni sera. Vera o presunta che sia l’efficacia diretta di tale procedimento, la realtà è che essa favorisce che l’addormentamento non venga vissuto come un abbandono o come un viaggio verso le Colonne d’Ercole. Anche l’adolescente, all’interno del grande passaggio che sta vivendo, trae rassicurazione dal fare propri comportamenti rituali che vanno a collocarsi sia nell’area del personale che del relazionale. Egli, però, utilizza delle ritualità che, al di là o in aggiunta al soggettivo, assumono un valore sociologico, andando a definire un passaggio affermato e riconosciuto; si aggiunga a ciò l’importanza dello sperimentare un’azione condivisa, un fare insieme che risulta essere fondamentale nel processo di individuazione.

Giampaolo Mazzara

Psicoterapeuta.

Direttore dello STEP (Studio di Terapia Creativa e Psicodramma). Verona.

www.stepverona.com