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Testo tratto dal sito: Guida Psicologi
” Li chiamano (e ci chiamano) “generazione testa china”: sono tutti quei ragazzi, adolescenti, giovani adulti e adulti over 30 che passano gran parte del loro tempo di veglia con la testa china su un dispositivo elettronico. Come l’avanzare della tecnologia ha cambiato la vita delle persone, in questo caso specifico dei ragazzi?

A questa domanda così in generale non si può rispondere in quanto l’esplosione tecnologica ha cambiato radicalmente la vita degli utenti ma sia in positivo che in negativo. Forse per dare una risposta bisogna dare ad essa una direzione qualitativa e quantitativa. La direzione qualitativa si chiederà: cosa ci fanno i ragazzi con la tecnologia? E quantitativamente parlando non si può fare a meno di chiedersi: per quanto tempo, con che frequenza, la tecnologia ha occupato la totalità del tempo?

Iniziamo dal primo punto: che fanno i ragazzi con i loro smartphon, tablet, android,IoS?

E’ dimostrato che i ragazzi passano la maggior parte del loro tempo sui social network, facebook in primis, ma anche twitter, tinder, badoo, applicazioni di messaggistica quali messanger e whatsapp; lo fanno per cercare delle amicizie, una rete sociale, l’accettazione. Da sempre l’uomo ha sentito l’esigenza di “fare gruppo”, di unirsi a pari per sentire di esistere, di appartenere a qualcosa, l’Io nasce sempre e solo dal confronto con il Tu, è sul confine di contatto tra Io e Tu che nasce una relazione, che nasce il Noi. E pensando a tutto questo è certo paradossale immaginare che si possa farlo su internet…se sto sempre a testa china come faccio a guardarmi attorno?

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Qui entra in gioco anche il fattore tempo: l’immediatezza. Su facebook, twitter, whatsapp, la dichiarazione dei nostri stati d’animo attraverso le emoticons è immediata. Quando siamo, invece, in una relazione intima, reale e non mediata da un’app, da uno schermo, riusciamo a contattare e comunicare con la stessa immediatezza le nostre emozioni? O forse quel “testa china” esclude completamente l’emotività?

La capacità di guardarsi dentro è diventata inversamente proporzionale alla tendenza a proiettare fuori.

Negli anni la professione dello Psicologo, ha incontrato sempre più frequentemente pazienti che hanno davvero grandi difficoltà a riconoscere le proprie emozioni, riferire cosa stanno provando in un determinato momento mentre raccontano quella specifica cosa. Sempre più spesso il lavoro, ormai, inizia dopo una lunga alfabetizzazione alle emozioni, un’educazione al sentirsi, all’ascoltare i propri bisogni, il proprio corpo, la propria anima. Questo vale anche e soprattutto per i giovani pazienti, soprattutto per gli adolescenti, anche se loro rappresentano un’altra fetta ancora; loro non è che non provino emozioni, ne sono talmente colmi da renderne impossibile il riconoscimento. E maggiore è l’invischiamento delle emozioni maggiore sarà la dissociazione da esse, l’isolamento. Mettere uno schermo tra se e il mondo può sembrare un facilitatore relazionale ma in realtà, a mio avviso, rappresenta anche se vogliamo una protezione dal mondo reale. E’ molto più semplice avere 2000 amici su facebook…guardare le loro attività riempie la giornata e camuffa bene il senso di isolamento provato per non averne uno vero a fianco.

Per l’articolo completo clicca: Guida Psicologi