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Dott.ssa Giuliana Magalini

Possiamo dire che nel nostro mondo i segni vagano alla ricerca di significati e i significati fluttuano alla ricerca di segni”
Z. Bauman “IL disagio della post-modernità”

Dopo aver illustrato nei precedenti articoli “con quali mezzi” e “come” si rappresenta l’adolescente affrontiamo ora “che cosa rappresenta” l’adolescente.
Nel processo artistico, grazie allo strumento, al gruppo, all’arteterapeuta, qualcosa pian piano diventa simbolo di uno stato affettivo, emozionale, corporeo: ciò implica, preliminarmente, la capacità di autorizzarsi a poter sentire, poi di riconoscere, connettere, nominare. Nel rapporto autore/immagine, sappiamo della grossa difficoltà di riemergere dal lavoro artistico nella dinamica fusione/separazione vissuta durante il processo e si aggiunga poi, per l’adolescente, come sottolinea P. Jeammet , “l’indicibilità del suo vissuto, di perdita, e le situazione paradossali che si trova a vivere”.
L’arte porta in sé un processo organizzativo, grazie al quale alcune esperienze inconsce diventano riconoscibili, toccando il punto in cui si attiva la capacità di simbolizzazione e dove prendono forma fatti mentali e magari parole. Pur considerando che il processo artistico “trasforma” agendo con le immagini sui vissuti, considero l’elemento verbale importante, anche solo attraverso un titolo o la descrizione “formale” del lavoro, che permette ai ragazzi di assumere una posizione riflessiva, “mentalizzando” contenuti propri, anche con l’aiuto delle immagini e dei commenti dei compagni.
Le immagini sono da considerare l’elemento che stimola il processo di simbolizzazione: solo la costante interazione dell’immagine con il pensiero, quindi con la parola, permette la riattivazione di un’ interazione intrapsichica importante. L’agire artistico permette di far emergere una forma fondamentalmente inconsapevole in grado di suscitare consapevolezza: la parola poi, serve a connettere il corpo alla mente, oltre che ai compagni nel gruppo.

Gli adolescenti che ho incontrato fino ad oggi nel laboratorio di arte terapia hanno manifestato, in generale, un più forte interesse e coinvolgimento per la fase artistica che per la verbalizzazione. Se si assiste ad un clima impegnato e serio durante la fase dell’attività (capita spesso che i ragazzi esprimano resistenza a concluderla) dall’altro lato, invece, succede che prestino poco ascolto e rispetto nella fase dello scambio verbale.
Mantenere un ambiente di rispetto durante lo scambio verbale risulta faticoso: stabilire una buona capacità riflessiva sui propri lavori e meno timore nell’esposizione verbale è un obiettivo da conquistare ad ogni incontro. A volte si respira un clima di grossa tensione emotiva e la parte verbale risulta lunga e faticosa; dipende dal “tono” del gruppo in quel momento. Possono emergere temi comuni, e temi forti, profondi: il senso della vita, il suicidio, la morte, il sangue, la solitudine, l’isolamento, la depressione. Oppure: la ricerca di un punto fermo, la libertà, la ricerca di un’identità. Finora, nella mia esperienza, ho incontrato molte più immagini sul versante del controllo: la presenza di un Sé osservatore esasperata viene utilizzata dagli adolescenti per proteggersi dall’esposizione a contenuti emotivi non tollerabili, tantomeno rappresentabili; cerco costantemente strumenti per muovere nella direzione dell’integrazione. Il processo artistico modifica gli stati interiori, ma il passaggio dal caos all’organizzazione e dalla troppa forma allo scioglimento, comporta spesso l’ imbattersi in immagini difensive: simboli identificatori, immagini idealizzanti, intellettualizzazione, corpo-immagine massificato. Queste forme espressive rappresentano dei “passaggi” verso forme più integrate: i cambiamenti avvengono talvolta rapidamente e senza alcun suggerimento da parte mia; altre volte le mie indicazioni sulla modifica di tecniche e/o materiali sono stati accolti, anche in momenti diversi.

Negli incontri ci si gioca fra il rivelare ed il nascondere. Come aiutare gli adolescenti a dare un senso alle loro immagini? Come favorire il percorso dall’immagine al pensiero al verbale?
E’ necessario in primo luogo aiutare i ragazzi a mantenere il legame emotivo con gli eventi, anche se in quel momento è il deserto: il poter sentire un’emozione è il primo passaggio per poterla pensare. E’ possibile riorganizzare la speranza attraverso l’immaginario. Abbiamo bisogno delle immagini perché la metafora può stimolare a valutare condotte o concezioni precedentemente non considerate, e attraverso essa, non venire percepite come minacciose e quindi meno soggette a venire rifiutate e suscitare resistenze; la metafora contribuisce a dare significati. Un primo momento consiste nel poter collegare le immagini prodotte dallo stesso autore e/o con altre immagini nel gruppo: collegare segmenti semantici a rappresentazioni diverse, cercando di organizzare nessi di significati. Così le immagini subiranno delle trasformazioni che potranno essere narrate e non… La trasformazione e non “la metamorfosi nella girandola delle identificazioni”, come osserva Massimo Recalcati richiede tempo e continuità: la trasformazione comporta un lavoro sull’esperienza.
Nel processo di appropriazione dell’immagine, alcuni ragazzi hanno utilizzato i compagni nel riconoscimento di contenuti espressi artisticamente: bastava anche solo un titolo talvolta per creare un minimo di riconoscimento o spaesamento da parte dell’autore.
Ho imparato, nel tempo, ad accettare, senza grosse frustrazioni, anche descrizioni verbali “povere”, “parziali”, consapevole che il passaggio alla parola implicava tutte le difficoltà su descritte e mi sono resa conto di cosa significhi “la simbolizzazione è un processo”.

Dott.ssa Giuliana Magalini

Arteterapeuta